Il top 2015: Eder

Ah, beata eccezione. L’esclamazione vale per Eder e per la decisione di Antonio Conte di chiamarlo in Nazionale, infischiandosene delle polemiche sugli oriundi e venendone premiato immediatamente in Bulgaria da un gol bello, importante e coerente con il percorso tecnico di Eder. In un’Italia dove il Ct spesso è costretto a convocazioni disperate, necessariamente poco connesse con quanto visto in campionato, la scelta dell’italo-brasiliano è stata invece il giusto premio a una crescita palpabile e misurabile. Non con i gol, visto che nel 2014 il sampdoriano (alla sua terza stagione e mezza in blucerchiato) aveva segnato qualche unità in più. E’ l’incidenza nelle partite che è decisamente aumentata, forse anche perché Mihajlovic gli ha regalato maggiore responsabilità, ancor più facendone l’anello di collegamento tra la fase imperniata su Gabbiadini a quella con Eto’o. Molte le partite davvero ben giocate dal neo azzurro. Che ha fornito un po’ di sensazioni molto definite e spendibili per chiunque lo vorrà utilizzare (non è detto che Ferrero non si faccia incantare da qualche sirena estiva). La prima: Eder possiede la capacità per risolvere dal nulla le situazioni da solo e di farlo in momenti non propriamente propizi. La prova si è avuta alla decima giornata in Sampdoria-Fiorentina, quando ha buttato a mare una lunga astinenza dal gol con un’azione di 70 metri, nella quale è passato in mezzo a tre attoniti difensori viola prima di confezionare una rete capolavoro. La seconda: spesso è stato l’uomo in più della squadra. Per come sa ergersi a trascinatore portando su la manovra e per come sa smarcarsi, offrendo sbocchi per i compagni. La terza: grazie a Mihajlovic ha arricchito il suo bagaglio tecnico. Lo ha dimostrato con il gol su punizione che ha sorpreso Handanovic a Marassi: impensabile che non ci fosse in quella prodezza un po’ della didattica del nuovo allenatore milanista.

Il flop 2015: Vasco Regini

Il sospetto è che finirà per essere ricordato come una delle promesse che non ha mantenuto le aspettative. O, se volete un’altra narrazione, un giocatore mai compiutamente sbocciato. L’anno scorso aveva chiuso la sua prima vera stagione da protagonista in serie A con una collezione di figurine da ricordare. Destro, Mbaye, Palacio, Bergessio e Biabiany erano stati gli attaccanti che lo avevano messo in difficoltà maggiormente, anche se era piaciuta una certa predisposizione all’incursione offensiva con relativa giusta assistenza per i compagni goleador. In questa stagione lo si è visto spingere meno del solito e – soprattutto – partire con il piede sbagliato, beccandosi un rosso già alla prima giornata a Palermo. La massima sofferenza, ai confini dell’atroce, si è materializzata con Felipe Anderson alla diciassettesima giornata, con un assist gol dalla sua fascia e una rete nello spazio di due minuti. Un incubo tale che non ci sarebbe da stupirsi se il buon Vasco passasse l’estate a tifare per una cessione all’estero da parte di Lotito del suo campione brasiliano: certi incontri bastano una sola volta nella vita, non è il caso di ripeterli.

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