I giudizi sulla seconda parte del campionato di Serie A 2015

A leggere la classifica nelle sue zone più evidenti sembrerebbe che il girone di ritorno sia servito a poco. La Juve campione d’inverno non solo ha mantenuto e approfondito il divario con la concorrenza, passando da +5 a + 17 sulla Roma, ma ha confermato la regola dei suoi ultimi 4 campionati. Ogni volta, con Conte prima e con Allegri poi, il titolo virtuale del giro di boa è stato confermato nel verdetto finale, rischiando solo una volta di vederlo sfuggire: il primo anno e la sfida era proprio di Allegri e Conte. Non solo: le 3 retrocedende annunciate – Cagliari, Cesena e Parma – hanno confermato quanto di brutto avevano mostrato nella prima parte, anche se la classifica più corta prometteva una lotta diversa fino alla fine, invece Verona, Atalanta, Empoli e Chievo non hanno avuto eccessivi problemi a uscire dal pantano della zona retrocessione.

Comunque, come sempre accade, qualche rimescolamento di gerarchia tra gennaio e maggio si è verificato. Si sono definite così alcune situazioni che non sarà facile cancellare dalla mente dei tifosi coinvolti:

1) La lentezza della Roma. D’accordo, il secondo posto è arrivato come l’anno scorso, impreziosito dalla vittoria decisiva nel derby alla penultima giornata. E pure il distacco sui campioni d’Italia è esattamente identico. Ma un dato inquietante si staglia come un’ombra minacciosa su Garcia: la Roma del ritorno ha fatto solo 29 punti a fronte dei 41 dell’andata. Se avesse mantenuto la stessa andatura sarebbe arrivata a insidiare la Juve fino all’ultimo, mentre già la settimana dopo lo scontro diretto – giocato alla sesta di ritorno – il distacco era già da doppia cifra e perciò incolmabile.

2) La frenata del Napoli e della Sampdoria. Erano appaiate al terzo posto dopo 19 giornate e la grande Europa era per i primi il minimo che si dovesse raggiungere, mentre per i secondi rappresentava il grande sogno declamato a voce rauca da patron Ferrero. Il rigore al vento di Higuain e il rallentamento complessivo dei blucerchiati ha portato le due formazioni accomunate nel mancato obiettivo, dopo che a gennaio (un caso?) Gabbiadini era passato da Mihajlovic a Benitez.

3) Lo sprint della Lazio. 31 punti all’andata, 38 al ritorno. Si spiega così, con la marcia in più, il preliminare della Champions raggiunto da una squadra che probabilmente non l’aveva preventivato neanche quando d’estate si fanno le ipotesi più ottimistiche. Decisivi gli 8 successi di fila. All’inizio della sequenza, la Lazio non era neanche in Europa League.

4) La monotonia di Inter e Milan. E’ ciò che colpisce di più. Andata e ritorno senza acuti, chiudono entrambe le fasi fuori da una posizione consona al rango (lo stesso discorso si può fare anche sull’organico? E se fossero semplicemente rose mal costruite, che molto di più non possono dare?). E se per Inzaghi la seconda parte del campionato è stata davvero un calvario, colpisce come la banda Mancini abbia avuto passaggi a vuoto quand’era possibile l’avvicinamento concreto almeno al quinto posto: lo 0-0 casalingo con il Chievo e la sconfitta a San Siro contro una Juve ormai in vacanza segnalano un’incapacità a stare sul pezzo nel momento in cui era maggiormente necessario.

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