Nel calcio ci sono giocatori che si trasformano: Andrea Lazzari resta uno degli esempi più limpidi di cosa può succedere, soprattutto nel calcio italiano, a un giovane rampante di bellissime speranze.

 

Un attaccante per di più, centravanti atipico col vizio del gol già nelle giovanili del fervido settore giovanile dell’Atalanta, quindi trasformato poi in seconda punta, quindi poi in trequartista (senza averne le caratteristiche di fantasia) quindi in mezz’ala, quindi in centrocampista a tutti gli effetti. Il risultato è stata una carriera, ancora in essere, tutta in provincia e da comprimario nonostante le buone stagioni a Cagliari e Udine.

Lui, Lazzari, calciatore dalla botta al fulmicotone, dal passo veloce e tremendista, era il bocia terribile della bergamasca. Nato il 3 dicembre 1984 proprio a Bergamo, in città a fine anni novanta era considerato più di un predestinato. Talento, sgroppate, grappoli di gol. A 18 anni la meritatissima prima squadra, a 20 anni 5 gol in due partite alla Juventus in Coppa Italia (bianconeri brutalmente eliminati, addirittura tripletta nel 3-3 di ritorno a Torino). Sono segnali. Ma il calcio non va sempre così. Non è un copione scritto. Vengono prima le necessità di squadra. È veloce? Fa l’ala tornante. I gol non arrivano più e Lazzari, che è un ragazzo esuberante ma intelligente, si piega a tutto per i colori nerazzurri della Dea. Le prestazioni del predestinato non decollano, fino al prestito a Cesena che vive quasi come un affronto. Lo terrà a galla in una meritatissima carriera di Serie A il Cagliari di Cellino.

Lui fa bene, diventa un giocatore di carattere e dimentica il passato negli ultimi 20 metri. Diventa, per la stampa e per il pensiero comune, un calciatore normale. E la critica in questo caso ha ragione. Quel Lazzari che faceva stropicciare gli occhi non c’è più da tempo. Il resto è una storia scritta: a Firenze resta contro la volontà di tutti. Anche qui comandano le necessità. Guadagna comunque mezzo milione di euro a stagione. È un gregario. Sarà quindi un fine carriera così, da portare a termine con la dignità con cui Lazzari ha saputo affrontare una parabola discendente ma degna della maggioranza, ovvero tutti quelli che ce l’hanno fatta, ma soltanto a metà.

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