Carlo Ancelotti è dunque l’uomo delle decima madridista, dove per Madrid consentiteci per una volta stringere il cerchio al Real nonostante la pazzesca parabola dell’ultimo triennio dei “cugini” dell’Atletico arrivati a un minuto dall’impresa delle imprese.

È Carlo Ancelottil’uomo di Reggiolo, con il cuore a Roma e la fama a Milano, a scrivere il proprio nome nella storia. Questo è il calcio, poi ci sono le storie (anche senza gloria) che lo rendono affascinante in eterno. E in tutto questo scenario in salsa portoghese, più per la Cattedrale di Lisbona che per i muscoli e la prestazione sciorinati da Cristiano Ronaldo, una delle notizie è che per fare calcio ai massimi sistemi bisogna saper essere anche allenatori che sanno ascoltare, capire i contesti anche a costo di picconare le proprie certezze.

Riassumendo: Ancelotti ha vinto grazie a un guizzo di Sergio Ramos quando mezza panchina dei colchoneros si copriva gli occhi soltanto più per scaramanzia; ha vinto grazie alla travolgente bravura di Angel Di Maria; ha vinto grazie all’atleticità di Bale; ha vinto infine per manifesta inferiorità. Ma ha vinto più di ogni altra cosa un calcio che non è tipicamente quello di Ancelotti, per quanto scelto e confezionato ad hoc per gli uomini a disposizione. Un calcio veloce, sempre in ripartenza. Un calcio anche rocambolesco, praticamente senza centrocampisti di equilibrio, con due esterni bassi che preferiscono andare che tamponare, con un 4-2-3-1 che diventa 4-3-3 e viceversa. Un calcio anche quanto di più lontano dalla vecchia idea italiana per cui nelle partite secche o comunque in questo genere di competizione servano prima di ogni cosa un portiere che para e un centravanti che segna (Casillas e Benzema!?!).

Già, perché Ancelotti italiano magari lo è sempre stato poco, e quando ha provato a farlo (tatticamente) ha perso due rush finali di campionato in maniera clamorosa quando stava sulla panchina della Juventus. Nasce sacchiano di ferro, poi cresce moderno appoggiandosi al talento, poi il talento diventa alchimia totale al Milan, poi solo velocità a tamburo e campionissimo da assortire. Per questo Ancelotti si è meritato la storia. Gli obiettivi d’altronde possono anche essere subalterni alla propria indole. Anche se si tratta in questo caso di un’indole buona, diciamo quasi la nemesi dell’immagine che Mourinho ha voluto dare al calcio europeo dell’ultimo decennio. Per una volta, abbassiamo il volume e ascoltiamo soltanto gli applausi.

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