Sono rarissimi i casi di passaggi diretti di calciatori tra squadre della stessa città, soprattutto in tempi non moderni: la storia di Pasquale Bruno

Il caso di Pasquale Bruno, detto O’Animale grazie a un’intuizione dell’allora suo compagno di reparto in bianconero Tricella, resta uno dei più emblematici in questo senso. Passato dunque dalla sponda Juve alla casa Toro nell’estate dei mondiali italiani del 1990 (con una Coppa Italia all’attivo agli ordini di Zoff, tecnico per cui ha sempre e soltanto riservato parole di zucchero, poi bissata con la maglia granata), Pasquale Bruno estese il proprio fascino a doppio taglio di calciatore più ruvido del calcio italiano proprio agli ordini di Mondonico, ovvero colui che lottò contro l’iniziale diffidenza dei tifosi, con Moggi direttore sportivo.

Per i “cuore granata” a posteriori fu l’apoteosi. Pasquale Bruno diventò uno degli idoli della Maratona, più di ogni compagno, ben oltre quel talento che difensore/marcatore centrale o di destra inadatto a ogni genere di costruzione, più anche di altre colonne di quel Torino tipo “Tarzan” Annoni e Roberto Policano. Un personaggio mediaticamente controverso, invero sempre molto coerente (fin troppo: per genuinità nelle interviste è nella top 5 italiana di tutti i tempi insieme a Ravanelli, Gattuso, Cassano e Schillaci) al punto di conquistare i tifosi del Torino pur parlando bene di emblemi juventini come l’Avvocato Agnelli e Giampiero Boniperti.

Lo fa anche in questa intervista da granata purosangue, provocando la sua ex amata Juventus sulla questione dello “stile che non c’è più” ricordando di contro il sempreverde “vecchio cuore granata”. Perché Pasquale Bruno ha saputo farsi amare anche dentro una carriera costellata di errori ed eccessi in campo, lui che poteva essere l’erede (anche geografico, da buon leccese) di Sergio Brio e invece si trovò a diventare il peggior nemico sia di Roberto Baggio (che guarda caso arrivò alla corte della Vecchia Signora proprio in concomitanza con il suo svincolo dal club bianconero) e di Van Basten. Era una Serie A speciale, quella di fine ’80 e inizio ’90, il meglio del mondo come competizione nazionale. E quel tratto di “duellante” senza paura poterono poi vantarlo, contro campioni di quel calibro, soltanto gente come Jurgen Kohler e Pietro Vierchowod.

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