Argentina-Iran uno fisso. Lo dice anche Leo Messi. Non ci vuole un genio.

Anche perché il Mondiale, dicono, non è proprio come incontrarsi in una kermesse, per quanto fastosa. Successe infatti il 22 marzo del 1977, cioè nell’unico precedente (consideriamolo tale) tra le due nazionali: finì in parità nei tempi regolamentari (1-1), poi la squadra che poco più di un anno dopo diventerà Campione del Mondo si impose ai calci di rigore (4-1). Si trattava di una partita quasi dimostrativa, una sorta di semifinale del minitorneo organizzato al Santiago Bernabeu dal Real Madrid per il proprio 75mo anniversario. Gli asiatici erano allenati da tal Hesmat Mohajerani, i sudamericani ovviamente da Cesar Luis Menotti. Segnò Ricardo Daniel Bertoni nei novanta minuti (su calcio di rigore) e praticamente l’Argentina non si rese quasi mai pericolosa su azione nonostante la seguente formazione: Tarantini, Ardiles, Gallego, Houseman, Olguin, Villa, Bertoni, Luque, Killer, Carrascosa, Gatti.

Qui in Brasile la pratica sarà diversa, perché la storia nel calcio conta davvero poco o nulla (se la sfati era perché era giunta l’ora, se non la sfati è perché un oracolo di nome tabù fa molto trendy sulla bocca degli intenditori). No, non c’è partita. Troppe sorprese fin qui per poter far sedere sugli allori i campionissimi agli ordini di Sabella. Il ct intanto ha già stravolto il sistema di gioco congegnato per mesi, e questo tutto sommato è segno di intelligenza. I Mondiali non si vincono con i principi inossidabili, ma con l’ora e adesso. Adesso o mai più. Vero Leo Messi? Lo facciamo o no questo pronostico quasi 30 anni dopo il mondiale di Diego Maradona?

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