La Juventus fa nuovamente il vuoto in campionato, forte della sospensione di Roma, ma quel che ne esce è un quadro, neppure tanto nuovo ma mai forse così evidente prima d’ora, di una Serie A che cancella dalle proprie mappe il trequartista.

Quasi completamente. Non ci sono più gli Zidane di una volta, verrebbe a dire. Senza tornare al calcio degli uno contro uno dai trenta metri in avanti dei tempi di Platini, Maradona, Zico e altri che ancora oggi giocherebbero con una gamba in squadre che lottano per un posto al sole in Europa.

Il dibattito è aperto: manca la qualità o manca la fiducia nella qualità? Una risposta è possibile, almeno plausibile. Manca la cultura. Andare a vivisezionare come si lavora nei vivai in questo senso è come affondare il grissino nel tonno Rio Mare. Stiamo quindi ai piani alti, partendo dalla frase-non-celebre di Bisoli, al tempo allenatore del Bologna nel primo anno di Conte alla Juventus dopo l’1-1 finale ottenuto dai felsinei a Torino dopo una ripresa giocata a una sola porta nonostante l’espulsione di Vucinic prima del riposo: “Oggi ho capito una cosa e le terrò fede: i giocatori di qualità devono giocare sugli esterni”. Auguri. Buona notte. Verrà esonerato e chi salverà il Bologna per due stagioni in fila sarà il successore, o meglio Alessandro Diamanti (caso sui generis ma che in provincia ha ancora un suo perché).

La questione può anche essere di natura tattica. Si partiva dal 4-4-2, sistema base a prova di fesso, mentre nessuno poteva osare di imitare il Milan di Ancelotti perché qualitativamente “lui poteva permetterselo” (cit.) e comunque “lui aveva un certo Gattuso” (cit.). Poi la moda dell’imitazione di chi vince.

Mourinho rigenerava Sneijder e allora venivano improvvisati nel ruolo centrocampisti tradizionali, senza ricordare che l’olandese era un trequartista già all’Ajax, dove si attacca in nove e si difende in cinque. Poi Conte, il 4-3-3 e (peggio ancora) il 3-5-2. Le giocate memorizzate, la confidenza con il pallone anche in difesa, i centrocampisti che “vanno”. E tutti a inseguire, in tutti i sensi. Seedorf e Mihajlovic provano a differenziarsi, ma il 4-2-3-1 non esalta l’uomo alle spalle della punta. Kakà non ha più l’accelerazione e soprattutto la visione periferica di un tempo, in più non sa a chi darla perché il Milan è una squadra ancora fratturata in due e con poco movimento senza palla (più una sola punta). La Samp è invece come il Napoli, gioca a ridosso dell’attaccante con un atipico, e a conti fatti i risultati dipendono dalla verve sulle fasce, dagli sfondamenti, e magari dal fatto di evitare di prendere gol in tutte le sacrosante partite.

L’ultimo trequartista vero visto in Italia è forse ancora Francesco Totti, oggi regista offensivo della Roma show di Garcia ma senza più il dinamismo per poter giocare stabilmente 20 metri più indietro (già nel 2006 iniziava a far fatica, sistemato lì). L’ultimo invece che “poteva essere” è stato Javier Pastore, in parziale crisi a Parigi ma ancora tre spanne sopra tutti i pochi interpreti “italiani” tra i quali per esempio Cossu del Cagliari resta tra i migliori. O anche il brasiliano Adryan, adesso. Perché Lopez ci crede e ci lavora. È solo questione di scegliere bene e di scommettere più di una fiche su uno dei ruoli più affascinati della storia del calcio. Un patrimonio che non va perso, partendo proprio dal basso.

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