Il peggior Uruguay visto all’opera negli ultimi 5 anni, cioè da prima del mondiale sudafricano 2010, fa fuori gli Azzurri. Giuste allora le dimissioni in blocco degli stati generali. Ecco perché.

Fermiamoci al campo, al calcio, all’assenza di un minimo di raziocinio nelle convocazioni (per dire: 3 esterni di ruolo nei 23 e al primo infortunio vai in crisi nelle scelte), a quanto visto contro l’Uruguay. L’Italia di Prandelli è infatti stata superiore ai sudamericani, ma hanno vinto loro. Perché senza ricambi in panchina, senza nerbo nello spronare, senza dilagare contro l’Uruguay più deludente dell’ultimo lustro (l’undici di Tabarez ha giocato una partita all’incirca di pari grado rispetto a quella persa per 3-1 contro la Costarica: unica differenza, là sparava lanci a caso, qua gigioneggiava più lenta di noi lentoni italiani). Motivi più che validi per rendere l’idea di tutto ciò che il buon Prandelli, maestro di calcio ma davvero modesto gestore di risorse e situazioni, non ha saputo costruire. Altro che progetto tecnico. E il peccato originale è stato quello di non prendersi il buono di Euro 2012, quanto piuttosto combinarne una più di Bertoldo, dote che nel calcio italiano (e inglese) era diventata nota per l’appellativo “Tinkerman” rifilato dagli inglesi al nostro altro pasticcione, ovvero Claudio Ranieri.

In fondo è uno sport, puoi anche perdere, puoi anche beccarti l’arbitraggio che t’aspetti (e che ti sei andato a cercare), ma c’è modo e modo. Lippi in Sudafrica, non dimentichiamocelo, fu tradito prima ancora dalla difesa che dalla possibile assenza di stimoli. Qui invece il profilo è sempre stato quello dello psicotico: sulla difensiva quando non serviva, all’offensiva quando non serviva. E’ infatti anche una questione dialettica, quella del mestiere di Commissario Tecnico. Non giochi ogni domenica, non c’è il campo che ogni volta si dimentica della volta prima. Tutto in tre giorni, se non sei un generale il gruppo va a fondo. Anche quando potresti non meritare (calcisticamente) il massimo della pena. Fatti da parte Abete e Prandelli c’è il vuoto, ma il vuoto non è sempre sinonimo di vertigine. Qui c’è solo da risalire la china, e scommettiamo che la prossima se troviamo una squadra che gioca peggio di noi la battiamo?

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