Il cerchio di centrocampo. Iniziamo da lì. E il Tiki-Taka della Spagna non c’entra nulla.

Noi siamo italiani, Prandelli è italiano, Darmian nonostante il cognome è italiano, Balotelli è italiano. Il cerchio di centrocampo, quello dimenticato e Roy Hodgson, uno che nella parentesi all’Inter le partite le ha perse quasi sempre tutte lì. Nessuna marcatura su Pirlo, inferiorità numerica e quant’altro. E l’Italia ha fatto l’Italia battendo meritatamente l’Inghilterra con il paradosso azzurro di proporre un reparto difensivo non ancora all’altezza del nome e della tradizione. Il cerchio di centrocampo, là dove Verratti checchè se ne dica non ha sfigurato, dove De Rossi ha fatto filtro prima di diventare saggiamente (e perfino troppo tardi) difensore aggiunto. Dove si infilava come un demonio Marchisio che teoricamente doveva stare a sinistra, per stringersi in possesso, per finire a destra in marcatura su Baines, per segnare, per vincere. Il cerchio di centrocampo. Quello in cui solitamente giocano due comprimari come Thiago Motta e Parolo nelle rispettive squadre, chiamati in causa quando era ora di tamponare e non soffocare. Il luogo dove il fantasma di Gerrard (idolo di Marchisio e Parolo quando erano ragazzini, per dire…) è stato tale, quasi nullo, sottoritmo, condannato dalla scelta di Hodgson che lo vuole metodista come non è mai stato. Alla lunga vinci grazie al cerchio di centrocampo. Non sempre. Ma spesso e volentieri.

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