Più di ogni altra volta: tedeschi campioni, per la quarta volta…

 

1)    La giusta definizione. Inevitabile accostare il tiro schiacciato di un impaurito Higuain dal ritorno di Hummels (o forse incredulo per il regalo del retropassaggio di Kroos) e il pallonetto  di stinco di un precipitoso Palacio agli errori del compagno di Serie A Mario Balotelli in Italia-Costa Rica. Ma è legittimo che gli argentini non abbiano tratto ispirazione dai nostri fallimenti per evitare la loro mancata vittoria. Questa è la giusta definizione quando si esce sconfitti solo ai supplementari da una Germania che ha meritato tutto nel cammino ma che in finale non ha costruito di più degli avversari.

2)    Boateng val bene un Messi. Strepitosa prestazione del centrale tedesco. Implacabile, impetuoso, bravo anche in costruzione. Ok, Lionel non sarà Diego Armando, quell’ultima punizione gettata sulla luna è troppo simbolica per non cadere nella tentazione di accostarlo a Maradona e di vederlo impallidire, però un Boateng non c’era nel 1986. Ed ha pesato quell’assenza…

3)    Il Messi commovente. Gianluca Vialli, in totale controtendenza con i 4 in pagella che oggi fioccano sui giornali, ha visto negli sforzi del numero 10 un impegno al limite delle possibilità. Non è lontano dal vero. Al minuto 90, lo si è visto andare a sradicare il pallone in recupero e rilanciare un’azione con un filtrante delizioso, non capito appieno e non sfruttato dai compagni d’attacco. Perciò, non è tutta colpa sua l’esito della finale. E in certe fughe sulla destra, braccato da mezza Germania, ha davvero commosso perché si capiva che il massimo sforzo prodotto avrebbe provocato punture di spillo

4)    Neuer, il senza palla. La nuova frontiera dei portieri, il territorio da raggiungere. Lo indica la manona di Neuer, libero aggiunto, piedi buonissimi, regno che sconfina fuori dall’area di rigore, carisma in eccesso che spaventa gli attaccanti. Praticamente fa tutto e benissimo senza toccare il pallone, salvo un’uscita su Higuain ai limiti del kamikaze e un’altra da cestista. Forse arriveremo – almeno nella Playstation – ad elaborare un’idea di portiere perfetto così concepita, come certi giocatori che fanno la differenza con lo sguardo, con il velo in un’azione, con il solo fatto di esistere.

5)    La vittoria della giustizia. Quando si vince un Mondiale le variabili possono essere tante e regalare impressioni di giustizia del verdetto altrettanto discutibili. Non è eresia affermare che questo è il primo Mondiale realmente tedesco. Ungheria, Olanda e Italia avrebbero meritato di più nel 1954, 1974 e 1990. Stavolta, un percorso che inizia con il 4-0 sul Portogallo e all’ultima curva ha un 7-1 sul Brasile non poteva non portare alla vittoria. E poi, se l’azione determinante la confezionano con una qualità così superba Schurrle e Gotze, due panchinari all’inizio della finale, la giustizia si connota di un elemento in più: il valore della rosa. Giusto, giusto, giusto, giusto così, per tutte le volte che abbiamo pensato che non lo fosse interamente nonostante Rahn, Beckenbauer o Matthaeus avessero molti argomenti per alzare la Coppa

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