La Francia ha vinto facile. L’Honduras è un test relativamente significativo. Deschamps ha la sua nazionale, a immagine e somiglianza, pratica, brevilinea, muscolare al centro e dietro.

Non sono più i transalpini di una volta, ma la mano dell’allenatore che fu anche campione del mondo si vede, e allora non poteva mandare il suo stesso altre-ego, ovvero il mediano distruttore con definite mansioni e definita porzione di campo davanti ai due centrali difensivi. Il sosia del futuro si chiama Yohann Cabaye, ha una nonna vietnamita, è nato nell’ultimo paese del distretto di Calais prima del confine con il Belgio.

Cabaye non è un signor nessuno, è stato pagato 30 milioni di euro dal PSG lo scorso gennaio che l’ha riportato quindi in patria dopo due anni e mezzo di Inghilterra nella nobile Newcastle. Cari e salati anche nel calcio di oggi quindi la sostanza, i tackle, il passaggio di scarico all’uomo più vicino, il compito di essere punto di equilibratura di una formazione senza più i nomi “charmant” del passato. Nessun Platini, nessuno Zidane, nessun Henry. Piuttosto un Pogba da far decollare e due piccoletto di basso profilo e piè veloce come Griezmann e Valbuena (ma sono davvero francesi?) alle spalle del terminale Benzema, che con una quasi tripletta ha tarpato le a un Honduras nettamente inferiore a tutte le altre nazionali centro-sud americane del torneo.
E poi, appunto, Cabaye. Uomo d’ordine (ma De Rossi è meglio), mezzo metodista (ma De Jong è meglio), discreto corridore (ma Vidal è meglio), ottimo tiratore (ma Marchisio è meglio), spalleggiato da virgulti come Pogba e Matuidi (il migliore tra i francesi nella gara d’esordio). Di quelli che però te ne accorgi quando non ci sono. Proprio come accadeva con Didier Deschamps.
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