Il tiki taka non è morto in Brasile. Dove possono arrivare Vidal e compagni?

1) Casillas Bravo. Vedi la stretta di mano dei due capitani e unendo i nomi delle due magliette trovi un motivo di forza per il portiere della Spagna. Immagini una gara difficile, i pensieri che ha in testa, gli errori precedenti appiccicati addosso, l’esigenza di sgombrare la mente dal senso d’inesorabile declino. Al gol dell’1-0 nessun dubbio: Iker è innocente, quel gioco di Vargas che gli nasconde la palla è una carezza prima del pugno da ko, ma a sbandare non è lui, è tutta la squadra che non impedisce una rete così lineare. Al 2-0, invece, appare evidente che in quella respinta di pugno il madridista è entrato definitivamente nella regione più pericolosa, quella nella quale non ti fidi più di te stesso. Non sta in Brasile e non ne esci con un semplice ritorno in Spagna

2) La monarchia abdica, la Repubblica pure. Fatale che al fischio finale partisse immediatamente l’accostamento tra Juan Carlos e i campioni del mondo. Meno banale ricordare che la prima firma del principale quotidiano italiano aveva pronosticato la Spagna nuovamente vincitrice. Onore a chi sbaglia, comunque. Ma Gianni Mura ha preso una cantonata che merita una cena di consolazione con Vicente Del Bosque, i due saprebbero sicuramente dirsi la verità

3) Sessanta secondi rivoluzionari. L’esaltazione del Cile la si capisce tutta subito. Si butta in avanti e soprattutto si dispera perché non segna appena entrato in area. Addirittura Arturo Vidal ha la tentazione di colpire la palla con le mani che gli passa sopra la testa. Come un bambino che non accetta la minima ingiustizia. Perché il punto è questo. Il Cile sentiva giusta la vittoria ancora prima di scendere in campo. Magari c’entra anche la carica nazionale, i discorsi dei minatori, la preparazione minuziosa del Ct Sampaoli che vive la partita come un ossesso. Tutti ingredienti visibili in ogni fase di gioco di una partita vissuta come un assalto dal carattere rivoluzionario.

4) La linea obliqua. Cosa è stato il tiki taka sarà materia di riflessione per molto tempo. Anche di nostalgia, un giorno, e di riconoscimento del suo carattereinnovativo o strutturale o ontologicamente noioso, e di tante altre cose. Quel che andrà però ricordato di questo epocale giugno 2014 è che la combinazione di possesso-recupero-nascondimento palla che, elementi sommati con razionalità ferrea, producevano continue e rilevanti situazioni di superiorità numerica, ebbene, quella creatura chiamata tiki taka in Brasile ha fatto il funerale ma era arrivata già defunta. Non si è vista. E Diego Costa, grande centravanti, con i suoi tagli obliqui, non l’ha rianimata perché è solo un bomber, non ha i poteri di Lazzaro. Peraltro, poiché è prevedibile che verrà indicato tra i massimi responsabili – brasiliano com’è – giova ricordare che l’unico gol siglato in due partite è nato da un rigore procurato da una sua sterzata.

5) Cinque gol. E cinque marcatori diversi. E manca ancora Vidal. Occhio al Cile. Per adesso, sul piano del collettivo, non ha nulla da invidiare a nessuno e la pluralità dei goleador è la traduzione delle due grandi possibilità.

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