Fabio Capello non è un allenatore mondiale. Non è uno da nazionali. E non perché non sia capace, ma semplicemente perché con le nazionali non lavori nel quotidiano.

E Capello, mettiamolo bene in chiaro, non avrebbe comunque più voglia di lavorare nel quotidiano. Quando inizi a lavorare con le nazionali è difficile tornare indietro, soprattutto se non sei un emergente e nel calcio dei club hai già largamente dato. Guadagni almeno altrettanto e teorizzi dalla poltrona. Poi assembli. E provi in qualche meeting annuale (deciso in pratica dalla FIFA) a far capire, nel caso di Capello, come hai fatto a vincere tre scudetti a fila e poi altri con altre due squadre diverse in Italia, e poi all’estero, a disintegrare il Barcellona da sfavorito in finale secca di Champions League. Insomma, fai vedere da dove viene il tuo nome e spieghi che il calcio è quasi assoluto, non contano le diverse culture ma i concetti.

E poi non funziona. Dopo l’avventura alla guida dei campionissimi inglesi in Sudafrica (Rooney, Lampard, Gerrard, Terry ecc… tutti nel miglior momento della loro carriera) adesso c’è la Russia dei soldatini, forse più capelliani dei caporali d’oltremanica. C’è un mondiale che volge già al termine, senza particolari squilli, giocato dietro la linea della palla, con tre quarti della difesa concepita da marcantoni che di arrivare alla linea di metà campo non ci pensano neanche. C’è il misero 1-1 con la Corea del Sud, partita per modo di dire, c’è la sconfitta con il Belgio patita proprio nel finale, giocata paradossalmente meglio, a tenere il campo, ma senza una combinazione tra russi che sia degna di una speranza per il prossimo mondiale da giocarsi in casa. C’è che è quasi ora di salutare. E di scovare qualche talento alla Savicevic o alla Ibrahimovic, personaggi che le partite potevano vincerle da soli oppure sparire dal campo. Allora puoi giocare forse a una punta e mezza e non accontentarti di aver tarpato in parte le ali a un Belgio che già contro l’Algeria non aveva fatto strabuzzare gli occhi ma ancora una volta l’aveva vinta dalla panchina. Mostrando un coraggio che va oltre i tatticismi.

CONDIVIDI