Algeria sugli scudi, sembra il Brasile, dice qualcuno. Tra i migliori in campo il difensore centrale Rafik Hallice, non solo per il gol d’apertura del pirotecnico 4-2 finale.

Classe 1986, nel pieno della carriera, ma tanto per intendersi un calciatore che non trova spazio al Fulham (retrocesso dalla Premier) e che se la cava con alterne fortune all’Academica de Coimbra in Portogallo. Onore a lui, ma in particolare onore al gruppo biancoverde nordafricano, sono campioni in carica del continente non a caso, sono un tutt’uno, si trovano (soprattutto davanti) e l’allenatore Halilhodzic ha dimostrato che anche cambiare rispetto alla gara precedente non è un male. Cambiare per migliorare, non perché di fronte hai una squadra più forte o più scarsa.

Non c’è pretattica o tattica nel largo successo sulla Corea del Sud, meno scarsa di quanto si possa ora credere. C’è gioco offensiva, la voglia di gettarsi su ogni pallone vagante, tante spallate ma più di ogni cosa ci sono le cose semplici. Gli uno-due chiamati, la palla nello spazio, le assistenze nel vuoto, perché almeno un vuoto sul campo c’è sempre, la palla lunga (ma davanti devi avere gente che ci crede) non necessariamente la tanto europea “copertura degli spazi”. E’ un calcio antico e moderno quello dell’Algeria, che andrà fuori senza andare in fondo, ma non senza aver venduto cara la pelle. Le do e le prendo, sfrutto le fasce, metto tutto quello che ho da mettere. Non ci sono titolari, senatori, reputazioni da proteggere. Ci sono appunto le cose più semplici, le cose base, che vuol dire anche prendere qualche rischio. Quelle mancate all’Italia (per esempio cercare il tiro in porta) e quelle che incredibilmente mancano ancora al Brasile.
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