I bianconeri vincono il Derby della Mole nei minuti di recupero con la rete di Cuadrado

Giocare un derby in una situazione di svantaggio di classifica non è una consuetudine per la Juventus. L’anomalia pesava sugli umori bianconeri: non quelli della tifoseria più calda, che alla stracittadina tiene sempre e comunque e non disdegna vittorie sui rivali anche negli anni non positivi. Ma è indubbio che mediaticamente la gara fosse stata presentata come gravata da una duplice pesantezza: la brutta sconfitta di Reggio Emilia (lo stop più inaspettato tra i non pochi che la Juve ha ricevuto quest’anno); la situazione di Allegri (con tanto di solito elenco scontatissimo di possibili sostituti, sebbene la società non avesse minimamente messo in discussione l’allenatore).

Era interessante verificare se tutto questo avrebbe poi trovato una qualche forma di visibilità in campo. A maggior ragione dopo i proclami espressi in settimana da alcuni giocatori, sicuri che la Juve avrebbe trovato sul campo il modo di rispondere a tutta la marea di critiche che lo stesso allenatore, con grande onestà e senza mezzi termini, aveva ammesso come legittime e giuste. Chi si aspettava una Juve immediatamente barricadera, all’assalto per scatenare il proprio pubblico e dimostrare di avere più mentalità da derby dei granata può anche essere rimasto sorpreso da un primo tempo più intrigante sotto altri profili. Del resto, negli ultimi anni, il sapore della sfida agonisticamente vibrante è molto sfumato fino a quasi perdersi del tutto, anche perchè Ventura imposta il suo Toro secondo una disciplina tattica che non di rado si tramuta in gestione della gara sapiente, quasi fredda, tutt’altro che tremendista. E difatti, nel primo quarto d’ora la partita sembrava la tradizionale partita a scacchi che anche nei confronti torinesi dell’era Conte si erano visti. La Juve puntava su un Hernanes (mossa a sorpresa) come fattore scatenante un pressing in zona centrale e non mostrava di avere fretta, puntando più che altro agli imbarazzi in fase d’impostazione della retroguardia avversaria.

Poi, è arrivato il gol di Pogba. Una manovra veloce, con la Juve già ridisegnata con il 4-3-3 causato dall’uscita forzata di Khedira e l’ingresso in campo di Cuadrado. Un exploit, quello di Paul, molto simile alla rete segnata sul finale di Juventus-Sassuolo dell’anno scorso. E già le diverse collocazioni temporali dei due gol suggerisce qualcosa d’importante: perchè era tutt’altro che scontato che i bianconeri riuscissero a trovare il varco centrale con la sua arma più utilizzata (anche ieri è stato il francese ad andare maggiormente alla conclusione). E non in una situazione di assalto all’arma bianca nei convulsi minuti conclusivi, ma in una fase di studio, quand’era apparso evidente come la principale risorsa messa in campo fino a quel momento – il movimento di Morata e Dybala, però un po’ troppo episodico e poco collegato con i compagni – non aveva ancora prodotto nulla di realmente efficace, se non la sensazione che la difesa del Toro potesse patire gli uno contro uno.

Dybala, appunto. Anche se non entra nel tabellino dei marcatori, la sua prestazione spiega molto del derby. A partire dal geniale velo con cui ha aperto il corridoio per l’1-0 di Pogba, fino al continuo spostarsi lungo tutto l’asse offensivo. Un lavoro anche di sacrificio, che dice una cosa precisa sui limiti e contemporaneamente sulle potenzialità della Juve odierna. Perchè l’argentino è la chiave di questa squadra. Verrebbe voglia di dire il Tevez, se il paragone non fosse irrispettoso per tanti motivi. Ma a livello di funzioni che può (e forse deve) assumere, Paulo non è lontano da Carlitos per come si propone in continuazione e per come regala idee a compagni non di rado privi d’ispirazione efficace. Non tutto riesce, ma se la Juve non molla fino alla fine è anche perchè l’ex palermitano offre sempre la sensazione di poter essere risolutivo. Si spiegano così i fischi alla sua uscita dal campo. Anche se era palese che fosse stanchissimo, la gente non vedeva una ragione nella mossa di Allegri, ancor più tenendo conto che i minuti erano pochissimi e  in casi simili si tende a sperare nel colpo risolutore di un’altra punta. Ed invece, il mister ha visto giusto. Alex Sandro ha messo in mezzo il cross che è valso 3 punti e tutti a parlare di fortuna.

E qui, esce il tifoso. Che a questa lettura non ci sta. Perchè se la dea bendata è circoscritta alla zona Cesarini, la Juve si è ripresa i 2 punti persi in casa con il Frosinone. L’Inter capolista deve i suoi primi due successi in campionato a gol realizzati negli ultimi istanti con Atalanta e Carpi (il che, a mio avviso, è un merito, non un difetto). Senza contare la traversa colpita da Bonucci pochi secondi prima (si sarebbe scritto e parlato di Juve sfortunata? No, oggi ci sarebbe il processo all’inconcludenza offensiva di Morata e compagni).

Infine, giusto come esercizio di memoria, l’ultimo derby vinto dai granata, 2-1 con 3 pali – dicasi 3 – colpiti dalla Juve, venne giustamente celebrato come una grande impresa, non come una gara assolutamente maledetta per noi. Ma è questo il bello di certi confronti che fanno bene e male al cuore. Chi perde prova una tale amarezza da cercare un’assurda misura di giustizia consolatoria che proprio non c’è.

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