Le certezze dei bianconeri: cosa c’è dentro la vittoria contro la Sampdoria che vale il secondo posto in campionato

La tentazione è quella di guardare come un corpo unico alla rimonta della Juventus, sulla quale ben pochi (per non dire nessuno) avrebbe scommesso dopo che aveva raccolto 12 punti in 10 gare. E certamente non è sbagliato cercare somiglianze ed elementi ricorrenti in ognuna delle affermazioni che hanno permesso alla Juve di guadagnare terreno sulla concorrenza fino ad attestarsi su un secondo posto che rappresenta certamente un’impresa dopo il pessimo inizio. Oltre alla riproposizione del 3-5-2 ad un certo momento (non tutte le 9 vittorie sono figlie di quel modulo), la vera dimensione raggiunta dalla squadra sembra essere quella del controllo del tempo.

Intendiamoci: in questa dimensione non stiamo parlando di un congegno perfetto, tutt’altro. Gli allarmi finali scattati sul finale con il Carpi e la Sampdoria denunciano la mancanza di controllo totale anche quando c’erano i presupposti affinché quelle due partite finissero in ghiacciaia molto prima, senza patemi d’animo, mischie convulse, rischio di autolesionismo per conseguente perdita di punti preziosi. Ma proprio il non avere pagato dazio a certi cali – mentali più che fisici e anche di lucidità nel possesso, sorprendentemente scomparsa dopo che invece la si era affermata anche solo pochi attimi prima – chiarisce anche un aspetto che in fondo è la forza di questi anni bianconeri: la virtù del gruppo storico, che sa accendere la spia dell’attenzione quando si assiste a un generale rilassamento. Ne è prova a Genova la prestazione di Giorgio Chiellini, autentico gladiatore nel finale dopo che per tutta la gara – e non paia un dettaglio da niente – lo si è visto impostare moltissimo e con buona proprietà di palleggio, come certificano le statistiche individuali che lo collocano ai vertici della costruzione del gioco anche sotto il profilo qualitativo.

Il tempo, sì. In fondo la rimonta nasce da un gol nel derby in pieno recupero. Ma quel che più conta è come la Juve cerchi d’interpretare le diverse fasi della partita. Marassi è stato un esempio perfetto di una ritrovata superiorità, talmente certificata a priori che anche Montella ha correttamente denunciato un atteggiamento troppo passivo dei suoi, incapaci di trovare anche solo un tiro di alleggerimento indirizzato nello specchio della porta di Buffon. La Sampdoria ha tradizionalmente patito in questa stagione i primi 45 minuti e il doppio vantaggio del derby sembrava una splendida eccezione, una correzione di rotta avvenuta proprio nella gara più sentita. Per non incorrere negli stessi pericoli, la Juve – anche lei diesel nel girone d’andata, seppure col Verona fosse davanti già dopo 7 minuti – ha impostato un approccio da formazione leader, in grado di dominare l’incontro, di portarsi in vantaggio con Pogba e di gestire lo 0-1 con grande consapevolezza della propria superiorità. Si è vista una strategia d’attacco, con il tentativo di aggirare la difesa della Sampdoria soprattutto sul lato sinistro, dove Evra ha sempre appoggiato le idee e i movimenti del numero 10. E dopo tanto dibattere nel weekend intorno alla suggestione lanciata maliziosamente da Allegri del “triangolo rovesciato” a centrocampo, si è visto come al di là dei moduli è nell’interpretazione dinamica del modulo che la Juve ha una delle sue ragioni di forza.

Si guardino a tal proposito i movimenti di due giocatori, oltre al fatto che nelle due reti di Pogba e Khedira le incursioni avvengono a sorpresa e non necessariamente nell’abituale zona di pertinenza dei due interni. Intanto, Dybala: punta più avanzata nel primo tempo, a lasciare a Morata il compito di toccare più palloni (forse perché lo spagnolo ha bisogno di sentirsi partecipe alla manovra), curando così lo spunto più decisivo, soprattutto attraverso un continuo allargamento del suo raggio d’azione. Paulo non è solo il giocatore che effettua più dribbling, come talento gli comanda. La sua imprevedibilità è tale che va ben 5 volte al cross dal fondo e questa non può che essere una buona notizia per Mandzukic quando tornerà e potrà godere delle sue traiettorie raffinate. E quando stringe al centro, trova la porta dalla distanza e serve a Khedira un assist gioiello di grande intelligenza. In questa completezza di compiti che l’ex palermitano sa fare, oltre che nella crescita della cattiveria agonistica per la quale sembra di vedere un Tevez con la faccia da bambino, ci sono molte ragioni di ottimismo per il futuro (e non mi riferisco solo a questa stagione).

E poi Hernanes. Sui social imperversavano preoccupazioni tipiche di una cultura tifosa – posso dirlo? Insopportabile – per la quale si cerca sempre il capro espiatorio. Ieri si è visto cosa significhi aiutare un giocatore finora in difficoltà e quali contributi se ne possano avere. Osservando sul computer i punti nei quali il brasiliano ha toccato il pallone, si notano le due idee di partita che ha sviluppato la Juve. Nella prima frazione di gioco, Hernanes ha giocato molto avanzato, facendosi proteggere da quel mostro di letture tattiche che è Khedira. La Juve aveva bisogno di un assaltatore in più e lui lo ha fatto, andando anche al tiro e proponendo una combinazione di pressing e palle recuperate che ha schiantato gli avversari. Ed in questo Hernanes è risultato tra i più efficaci, solo Chiellini ed Evra hanno riconquistato più palloni di lui. Nella ripresa le energie sono progressivamente calate, lo si è visto più indietro, ha partecipato all’azione del raddoppio e se Morata avesse messo dentro il possibile 0-3 sul suo suggerimento si sarebbe evidenziata ancora di più la bontà della sua prestazione.

Non tutto funziona al meglio, ma una certezza io ce l’ho: la Juve sta lavorando non solo per completare la rimonta (che immagino non facile da concludere, davvero si potrebbe assistere a un grande equilibrio fino alla fine, non necessariamente con 4 squadre a lottare per il titolo). Questa crescita avrà effetti anche sull’Europa, per giocarsela fino in fondo, senza timori reverenziali al cospetto di un avversario fortissimo come il Bayern, quando bisognerà sapersi pensare in 180 minuti.

CONDIVIDI