Inter, Napoli e Juventus: com’è iniziato il loro girone di ritorno di campionato

La Gazzetta dello Sport di sabato 16 gennaio proponeva nel titolo d’apertura una sfida tra bomber della stessa nazionale in grado di decidere il campionato. Tango argentino, così recitava il titolo, intendendo nel confronto tra Higuain, Icardi e Dybala il motivo principale e forse anche più affascinante della prima giornata di ritorno e non solo. La previsione si è rivelata corretta ed ha illuminato il primo verdetto che ha messo in fila le tre big del torneo, con il Napoli a confermarsi capolista, la Juventus a inseguire forte della decima affermazione consecutiva e l’Inter perdere il contatto con la vetta impattando a Bergamo. E i tre, nell’economia dei risultati, incidono davvero: doppiette di Higuain e Dybala, mentre Icardi non va oltre la partecipazione all’autogol di Toloi che vale l’1-1. E’ sempre riduttivo valutare la prestazione di una squadra da quella di un solo singolo, resta però indubitabile che tra sabato e domenica qualcosa si è capito di molto importante del rapporto tra il goleador e il suo contesto e sono indicazioni che potrebbero pesare non poco sul resto della stagione.

Partiamo da Icardi. Si sa come Mancini gli abbia chiesto come condizione essenziale per mantenere la titolarità una diversa partecipazione al gioco. E a onor del vero, il bomber nerazzurro sta cercando di mettere a frutto le indicazioni del suo allenatore, nonostante sia chiaro che rispetto agli altri argentini delle big di campionato lui abbia certamente più bisogno dell’assistenza dei compagni. La sensazione è che ancora non si abbia elaborato una strategia d’attacco, meccanismi funzionanti e iterati che lo possano portare a segnare con continuità e – ancor prima – a toccare un maggior numero di palloni, in modo da convincere tanto la squadra quanto lui stesso che questa è la via giusta per incrementare la fiducia. Gli ultimi minuti di Bergamo sono stati indicativi: sebbene i padroni di casa fossero visibilmente stanchi, l’Inter appariva slegata, affidata alla volontà di qualche iniziativa solitaria, con tentativi per lo più velleitari di conclusioni da lontano. Icardi ha bisogno di sentirsi realmente il centro e non solo per gol segnati (non tantissimi, finora, ma certamente molto importanti). Anche simbolicamente – e non è un dettaglio per una formazione in costruzione che è già andata oltre le previsioni ma che rischia di vivere la frustrazione di un grande sogno che sta svanendo – il personaggio del momento è Handanovic, le cui parate stanno pesando in termini di punti in maniera enormemente più significativa.

L’Higuain di sabato sera merita tutti i titoli cubitali che gli sono stati dedicati perché viaggiare con la media di una rete a partita dopo 20 turni di campionato è qualcosa di assolutamente impensabile. Ma il pregio principale della sua prestazione mi sembra ancora un altro ed è parte, causa ed effetto dell’odierna forza del Napoli: il Pipita sa convivere con i momenti di relativa frustrazione che ogni tanto la squadra è costretta a vivere. Questa, in fondo, è una delle dimensioni che rendono grandi un gruppo, laddove nel passato finiva in apnea al primo momento buio che si trovava. Indicativo è stato come il Napoli, in svantaggio immediato contro l’ennesimo ottimo Sassuolo, abbia iniziato a palleggiare nello stretto per riacquisire la fiducia, con la doverosa pazienza. Niente fretta di concludere, piuttosto la convinzione che in quel momento era meglio riacquistare la capacità di occupare il campo (che nel caso del Napoli significa anche e soprattutto credere fortemente nel variare delle posizioni dei suoi attaccanti). Higuain sembrava persino un po’ nervoso nei primi minuti, com’è d’indole quando manca uno stop, patisce la pressione del diretto controllore, non trova la porta nonostante la cerchi anche da posizione defilata. Poi, tutto è rientrato nella normalità. Che significa segnare il 2-1 e il 3-1 con la sicurezza di chi nei movimenti d’area non ha rivali in Italia e ne ha ben pochi anche sul continente europeo. Resta una curiosità: quando Sarri dice che può ancora migliorare il suo rendimento ci crede davvero o lo fa per tenerlo sulla corda? Io propendo per la prima ipotesi.

Infine, Dybala. Incantevole, perennemente sorprendente in ogni cosa che fa, partecipa al gioco molti metri lontano dalla porta e contemporaneamente sa essere il capocannoniere di una Juventus sempre più chimica nel suo trovarsi in campo (avete visto quante volte Mandzukic è andato sulla fascia, Asamoah e Alex Sandro hanno combinato insieme e Khedira ha avanzato il suo raggio d’azione? C’è ancora qualcuno disposto a non dare i giusti meriti ad Allegri?). Dybala come Messi, questa è ormai la suggestione proposta dai media e certo su questo accostamento qualcosa incide anche l’aver iniziato a segnare su punizione e il farlo anche in modi diversi (da qui la colpa di Karnezis: essersi fidato del fotogramma presente nella memoria dalla battuta di Juventus-Verona, il primo sigillo da fermo in bianconero). In più, Dybala sembra Messi perché gli riesce quasi tutto facile e sembra accordarsi perfettamente con una squadra che – al pari del Barcellona – ne esalta la verve e ne riceve in cambio massicce dosi di qualità perché si fida ciecamente del talento che esprime in ogni giocata che fa. Perché questo succeda, ci deve essere necessariamente una consapevolezza generale del proprio valore, un certificato che dopo 10 vittorie consecutive si può certamente ritenere stilato.

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