La Juve è tutta qui: i 3 gol di Empoli spiegano i bianconeri di oggi

Una delle frasi ricorrenti di Massimiliano Allegri è che il calcio sia una materia semplice. Un’affermazione non comune ai suoi colleghi e finanche a chi questo meraviglioso sport si mette a commentarlo, vivisezionandolo in ogni aspetto alla ricerca di una qualche legge o ancora solo più banalmente di meccanismi di funzionamento che possano spiegare il perché di un risultato. Si commetterebbe un grave errore nel pensare che la filosofia dell’allenatore bianconero sia votata a una concezione semplice del gioco. Certo, non stiamo parlando di un mister che poggia il proprio credo e il proprio lavoro su un insieme di schemi mandati a memoria e su soluzioni riconoscibili facilmente (quelle per intenderci che balzavano evidenti al dipanarsi della manovra da dietro della Juve di Antonio Conte, con sincronismi che cercavano la perfezione al decimo di secondo, con compiti prestabiliti soprattutto in ordine al movimento reciproco dei giocatori quando non erano in possesso di palla). La “semplicità” di Allegri contiene due capisaldi: l’intelligenza della lettura delle situazioni di gara (perché c’è un tempo per attaccare, uno per difendere, uno per accelerare, uno per gestire e così via); la padronanza tecnica (da cui può anche discendere il corollario di un eventuale personalismo perché non viene condannata l’interpretazione individuale, purché fatta nella giusta maniera, ovvero risulti produttiva ai fini del risultato).

La premessa è necessaria per spiegare l’importanza dei 3 punti di Empoli. Non perché risultino fondamentali o perché si possa pensare che la seconda vittoria consecutiva in campionato cancelli di colpo alcuni imbarazzi precedenti, riduca il gap in classifica o rappresentino quella svolta – altrimenti definita scintilla – che sappia porsi come momento di presa di coscienza che qualcosa d’importante è definitivamente cambiato. Nulla di tutto questo, assolutamente, anche se non è trascurabile il vedere la vetta sempre molto distante, ma diradarsi il gruppo delle concorrenti che si frappone tra la propria posizione e il vertice. Quel che conta è aver saputo rispondere alle difficoltà che puntualmente si sono verificate (andare sotto e in tempi piuttosto rapidi sta diventando una brutta abitudine). Ed averlo fatto non attraverso un furore agonistico che questa Juve non possiede, almeno in quella misura che lo può rendere un tratto distintivo. Ad avere funzionato, curando così anche una certa approssimazione tecnica e la superficialità di alcuni passaggi, è stato il fosforo di alcune prestazioni. Due nomi su tutti: Evra e Khedira. Non a caso i più esperti, i giocatori indispensabili in questo momento nel saper accettare anche un’intensità della manovra troppo bassa, che però non deve deflettere dal cercare con pazienza quella razionalità e quell’incisività che hanno permesso di capovolgere in pochi minuti una situazione di svantaggio. Senza dare l’impressione negativa di Reggio Emilia, quando l’1-0 con il Sassuolo aveva spento quel cervello collettivo della squadra che è il non perdere mai la fiducia nei propri mezzi. Qualcosa che ti rafforza e che ottieni con il fraseggio più che con il pressing. Non l’unica ricetta, sia ben chiaro. Probabilmente, però, è ciò che ti rende realmente superiore a lungo andare.

Fa bene Allegri a dire che si può e si deve fare molto meglio. Ma intanto, seguendo la sua lettura “semplice” (io la definirei più propriamente “chiara”), c’è da partire dai 3 gol segnati prima ancora che da altre considerazioni. Molto del significato di Empoli sta qui, oggi come ieri. Lo scorso campionato il primo tempo fu alquanto abulico, si chiuse 0-0 e pericoli non se ne erano costruiti. Gli interrogativi su quanto la squadra non riuscisse a stare senza l’apporto adrenalinico e sostanzioso di Tevez erano svaniti proprio quando nella ripresa l’ingresso di Carlitos aveva immediatamente generato un’altra impressione. E poi le reti erano state evidenze assolute della qualità balistica di certi interpreti: Pirlo su punizione (peraltro neanche maledetta, a dimostrazione di quanto fosse ampio il suo repertorio); Morata finalmente sbloccatosi, con un sinistro che poi avremmo rivisto in seguito in altre e più importanti circostanze.

I gol dell’8 novembre 2015 sono più “sporchi”, meno belli da vedere, il terzo persino viziato da un fuorigioco di partenza. Ma contengono significati che potrebbero anche costituire qualcosa di molto importante, di essenziale per una crescita più robusta della Juve. Intanto, Mandzukic. Allegri che lo pungola, lui segna e non si capisce se ha fatto un miracolo in quella deviazione o se quel doppio tocco in scivolata è una correzione rocambolesca di un errore clamoroso. Resta il fatto che forse, in questa fase, un bomber d’area serve, a maggior ragione se la sua partecipazione al match è così totale (dal recupero palla allo svariare sulla fascia). Poi, Evra. Il primo sigillo da corner della stagione. E’ con questi dettagli che si vincono le partite rognose. Ed Empoli lo era. Infine, Dybala. Che ha una velocità d’esecuzione irrinunciabile e che si conferma un attaccante dotato anche di grande concretezza: le reti “facili” le fa, poche storie.

Dire che la Juve di oggi è tutto qua può essere riduttivo oppure un complimento tutt’altro che banale. Saper estrarre tre punti da momenti non particolarmente esaltanti è una virtù ed è così che si va avanti, anche sapendo apprezzare quanta difficoltà debba necessariamente esserci nelle vittorie

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