Real Madrid-Juventus termina con una rete a testa e i bianconeri staccano il biglietto per la finale contro il Barcellona. Perché il Real Madrid non ce l’ha fatta

Tante volte la Juventus aveva giocato nel passato nel tempio del Real Madrid. E mai si era verificata una situazione di pareggio. Non poche le sconfitte: qualcuna dolorosa perché non rimediata nel ritorno. Altre meno pesanti, come quelle che nel 1996, nel 2003 e nel 2005 avevano consentito ai bianconeri di conquistare la qualificazione al Delle Alpi (tanto che si può forse parlare di un complesso Juve per le merengues dell’epoca moderna). Due le vittorie, a suo modo leggendarie perché legate ai nomi di due numeri 10 quali Omar Sivori e Alessandro Del Piero, anche se incastonate in edizioni tutt’altro che importanti per la Juve. Stavolta è arrivato un 1-1 che basta e avanza per andare a Berlino, distruggere l’ipotesi del clasico tra Real e Barcellona più incredibile di tutti i tempi e proseguire l’onda lunga delle squadre sorpresa che raggiungono la finale, dopo Borussia Dortmund e Atletico Madrid delle precedenti edizioni.

Sulla partita del Bernabeu sono tantissime le analisi che si possono fare, a partire da una sulla quale la critica italiana sempre troppo attenta alla forza degli organici invece che al modo di vivere le partite dovrebbe riflettere. Perché una volta di più, non è passata la squadra più forte, non è l’eliminazione che può svilire il valore del parco tecnico del Real Madrid. Certo, l’architettura blanca ha anche qualche difetto nella costruzione dell’organico. Il solito dalle loro parti: il recupero palla non è previsto come compito specifico di un giocatore preciso. Ma i campioni abbondano e occasioni per fare la differenza non sono mancate, soprattutto nel primo tempo quando la trasformazione del rigore è stata persino poca cosa rispetto ad altre opportunità create. Ad avere la meglio è stato chi ha interpretato meglio le singole fasi, chi ha saputo anche incassare per poi rispondere, chi ha dimostrato non solo di saper soffrire attraverso l’agonismo, ma anche un’intelligenza tattica che a livello difensivo ha mostrato una capacità di applicazione continua, senza pagare il logoramento di una pur lunga pressione.

La partita si spiega anche così. Il Real Madrid ha infatti un limite quando le cose non si mettono per il verso giusto: il ricorso costante all’uno contro uno, basato sull’enorme qualità tecnica dei suoi singoli interpreti. Dal punto di vista nervoso è una condizione usurante. Perché ogni duello non vinto sulla corsa, ogni cross intercettato (e quello della Juve è realmente un muro), ogni dribbling tentato e non perfettamente eseguito finisce per far perdere energie preziose. Tanto è vero che tanto allo Juventus Stadium quanto davanti al proprio pubblico, il Real Madrid ha vissuto finali non all’altezza del compito che aveva davanti. Contraddicendo così quella statistica che la vuole come una squadra che segna in particolare nell’ultimo quarto d’ora tra Liga e Champions League. Un dato che spiega poco, evidentemente frutto di risultati spesso già decisi precedentemente e rinvigoriti in goleade dalla resa degli avversari.

In estrema sintesi, ed è questa la sostanza vera dell’impresa disegnata da Massimiliano Allegri, è che la Juve non ha avuto paura, nonostante 22 tiri confezionati da Cristiano Ronaldo e compagni. Avere questa sicurezza nelle proprie possibilità, spesso nata anche da piccoli episodi – ripartenze magari non totalmente efficaci o recuperi palla spia di una buona organizzazione e non solo della ferocia – è stata il vero capolavoro di una squadra più debole e proprio per questo più capace di esprimere tutto il proprio potenziale rispetto a un avversario poco propenso a fare di più di quel che pensa di essere.

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