Inter-Udinese 1-2: la radiografia dello stato di difficoltà

Quando si vivono crisi strutturali, la tentazione è quella di riflettere raramente sull’ultimo avvenimento – la partita che si è persa -, ma di cercare le ragioni profonde della mancata competitività. Succede a tutti: ai tifosi perché non credono più possibile evidentemente il raggiungimento del massimo obiettivo sperato (sempre ammesso che ci sia condivisione iniziale su questo: nel caso dell’Inter terminata al quinto posto la scorsa stagione, era “solo” il terzo posto ciò che si pensava o qualcuno ha ipotizzato un torneo di vertice?); ai media, soprattutto quando vedono che non funziona anche il cambio di allenatore (generalmente richiesto a gran voce drogati come si è un po’ tutti di novità); all’ambiente in generale, che non si spiega come possa trasformarsi una tranquilla e più che meritata affermazione sull’Udinese in una disfatta nella ripresa e perciò si esorcizza il dolore spostando il ragionamento altrove.

E invece, anche per via di un campionato dalla classifica non così lunga e di un’Europa League da affrontare fino in fondo, sarebbe meglio soffermarsi proprio su ciò che non è andato in Inter-Udinese per poter sperare di operare gli opportuni correttivi. E’ proprio da questa gara, molto più che dal pareggio del derby o dalla sconfitta con la Roma oggettivamente fuori portata, che Mancini può avere una radiografia dello stato di difficoltà.

Anche nel buon primo tempo, si è vista una manovra che cerca troppe volte il pallonetto per trovare l’uomo libero, con conseguenti rallentamenti e imprecisioni, laddove evidentemente non si ha fiducia nell’agire palla a terra. Kovacic ha tempi tutti suoi, la squadra ne accetta il tergiversare perché così non deve impegnarsi in movimenti più veloci, ma così facendo finisce per essere prevedibile e troppo dipendente dall’estro non sempre illuminato del croato. Palacio è in grave crisi, troppo per sperare che collabori con Icardi (quante combinazioni si vedono tra i due?), che peraltro vive sui suggerimenti in profondità, dove è bravissimo, ben poco sul resto. E più di ogni altra cosa, resta da chiedersi perché ancora sull’1-0 l’Inter è apparsa lunga, sfilacciata e in clamoroso debito d’ossigeno, regalando spazi a un’Udinese che precedentemente era sembrata spaccata in modi non componibili, con Di Natale totalmente isolato. Una situazione talmente evidente quella nerazzurra da indurre Stramaccioni a ritardare l’ingresso in campo di Thereau per poter raccogliere i frutti di un così macroscopico squilibrio.

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