Il derby Atletico Madrid – Real Madrid termina 4-0. Galacticos a picco

Quando un allenatore come Carlo Ancelotti sostiene che il derby del Calderon è la peggiore partita della sua esperienza madridista non dice tutto. Perché oltre al crollo dei suoi (che di fatto può essere minimizzato dalla considerazione delle troppe assenze in difesa e dal fatto che comunque mantiene la testa della classifica), il 4-0 rivela molto di una squadra come l’Atletico Madrid, troppo sottovalutata tra gli esegeti del calcio contemporaneo, quasi che la sua grinta o certo atteggiamento troppo intenso sia poco accettabile “culturalmente” in un Paese che fa dello spettacolo la sua dimensione prima, non necessariamente nella versione catalana del tiki-taka di recente memoria. Ed invece, nel trionfo della sfida cittadina (ormai un classico della stagione, contando anche andata di campionato ed incroci in Supercoppa e Copa del Rey), c’è un messaggio molto forte: il ciclo della squadra di Simeone è ancora molto vivo, persino più di quel che dice il suo stesso allenatore. Perché dentro questa partita ci sono elementi ancora fecondi, che potranno germogliare tanto in Liga quanto in Champions League.

Intanto, i colchoneros hanno una qualità tecnica tutt’altro che indifferente. Guai cercarla nel possesso palla, non è qui che si esercita per precisa scelta di Simeone. Ma se nel derby il dato è costante – 45% in entrambi i tempi -, pur in una partita dove le dinamiche sono cambiate con l’evolversi del punteggio, evidentemente la squadra ha una sua precisa idea da svolgere. Che è riassumibile in un concetto: giocare bene nel breve, rimanere compatti, costruire quel tanto che basta per dare l’impressione di tenere in mano la gara soprattutto attraverso l’inibizione delle possibilità dell’avversario.

Scelgo due momenti per spiegare meglio. Il primo è la proprietà di palleggio, attraverso pallonetti a breve distanza, protezione palla, scarico verso il compagno più vicino e conquista anche modesta di porzioni di terreno avanti. Una forma elementare, semplice ma efficace di triangolo, irritante quanto basta perché la palla non è a terra e spesso per intercettarla devi commettere fallo: il che, in un secondo tempo di assoluta e collettiva sofferenza (non si è salvato nessuno) ha portato il Real a smarrirsi ulteriormente.

Il secondo riguarda la gestione della propria superiorità. Antonio Conte, da allenatore della Juventus, insisteva molto sulla necessità che i suoi imparassero a riposarsi con la palla. Ecco, Simeone ne propone una variante interessante, addormentando i ritmi improvvisamente dopo fasi di grande intensità. L’Atletico Madrid sembra quei pugili che ti lasciano un attimo respirare dopo averti costretto alle corde. Una pausa per farti capire bene la tua inferiorità. Perciò ti concede il pallone, non è ossessivo nell’idea di tenerlo, ma è velocissimo nella riorganizzazione per la riconquista. Può sembrare un paradosso, ma psicologicamente per l’avversario è quasi peggio abbozzare un’idea e vedersela subito naufragare che girare a vuoto.

Infine: da buon argentino, Simeone conosce bene anche quando è il caso di sorprendere e umiliare. Ed è qui che scattano gli exploit individuali, tentativi di bissare il gol in rovesciata (e per poco Griezmann imita Saul Niguez…), colpi di tacco consecutivi, eccetera. Così il Real Madrid impara a produrre un video della vigilia costruito non tanto sulla vittorie o sui gol dei precedenti tra le due squadre, ma su tanti numeri personali, non solo di Cristiano Ronaldo. Come dire: comunque sia andata in questa stagione, siamo superiori, i nostri nomi non sono i vostri. Forse era meglio non caricare la sfida anche di questo motivo, vista la rassegnazione di tutti i big blancos nei 90 minuti.

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