Conte, Allegri e due gare contro Ancelotti in Juventus-Real Madrid

Non sarebbe corretto fare accostamenti semplicistici tra lo Juventus-Real Madrid del 5 maggio 2015 e quello della precedente edizione di Champions League per proporre un confronto sull’idea di gioco di Massimiliano Allegri e di Antonio Conte (che il suo capolavoro lo disegnò contro altri campioni d’Europa in carica l’anno prima, contro il Chelsea). La differenza è già nel presupposto della partita. Ieri era la premessa di un dentro-fuori che porterà a Berlino. L’anno scorso la formazione di Ancelotti si presentò a Torino forte di un girone già quasi deciso, laddove invece i bianconeri avevano assoluto bisogno di riscattare i primi balbettamenti iniziali.

Prendendo le doverose cautele, però, la quantità di giocatori presenti nell’una e nell’altra sfida (6 per la Juve, 7 per il Real)  consente di proporre comunque qualche riflessione. A partire da quella determinante per ciò che si potrà verificare fra sette giorni, quando al Bernabeu si staccherà il biglietto per la finale. Juventus e Real Madrid giocano e si fanno giocare. Ne è prova il batti e ribatti che in maniera quasi identica ha visto l’evoluzione del risultato: dall’1-0 al 2-2, nel secondo tempo della gara del 2013-14, trascorsero solo 13 minuti e in mezzo ci furono non poche opportunità per un’ulteriore variazione di punteggio, da una conclusione ravvicinata di Marchisio respinta da Casillas a una traversa colpita da Xabi Alonso con una terrificante bordata da fuori.

Anche ieri, questa capacità delle merengues di rovesciare la situazione, passando dall’apnea del gol di Morata alla possibilità di scattare in avanti si è materializzata con la traversa colpita da James Rodriguez dopo il pareggio di Cristiano Ronaldo. Ma esattamente come Llorente seppe realizzare il gol del pareggio dimostrando che la Juve di Conte aveva risorse caratteriali da spendere, la squadra di Allegri ha saputo dare vita a un secondo tempo autorevole, di grande personalità, riuscendo a dimenticare nell’intervallo gli spaventi incontrati e generando una prestazione che ha portato alla vittoria e persino a qualche rimpianto per l’occasione mancata da Llorente, ancora una volta chiamato a fare la differenza nel gioco aereo.

Anche sotto il profilo del possesso palla, che nessuna delle due contendenti vive in maniera ideologica, il copione ha avuto una similitudine  con quanto registrato nella gara precedente. Un tempo a testa, prima la Juve e poi il Real Madrid, ma con una differenza significativa. Laddove con Conte gestire il pallone significava il più delle volte accompagnarlo con la presa di possesso del campo attraverso soluzioni imparate a memoria, con Allegri è sembrato che la sfida ad avversari certamente più dotati sul piano tecnico sia avvenuta attraverso una doppia soluzione: scambi molto stretti anche nella propria metà campo. Lanci lunghi a sfruttare l’attitudine di Morata nello stop a seguire, che ha costretto non poche volte gli avversari a ricorrere alle maniere forti per arrestarne la partenza.

Dove la gara è radicalmente cambiata è nella dimensione agonistica. Ci sono stati molti più falli e si è giocato sensibilmente di meno, con 9 minuti di scarto sul tempo effettivo. La posta in palio e anche l’affollamento a centrocampo ha portato a molti contrasti, laddove gli speculari 4-3-3 dell’anno scorso avevano reso più ariose le rispettive manovre. A unire le due Juventus la prestazione sostanziosa di Arturo Vidal, tanto in fase di recupero quanto in proposta offensiva. Del resto era da tempo che si sperava nell’ambiente bianconero di ritrovare  il cileno dei tempi di Conte, quando per l’appunto l’allenatore dell’epoca proclamava che in guerra uno come lui se lo sarebbe portato sempre. E calcisticamente parlando, cos’altro è una semifinale di Champions se non una battaglia fino all’ultima forza?

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