Cosa insegna la sconfitta con il Portogallo

Quattro parole possono spiegare la prima sconfitta della gestione Conte. Uno 0-1 rimediato a Portogallo che valeva per il sorteggio futuro del Mondiale e che non ci designa teste di serie. Ma ricorrendo al più trito dei luoghi comuni – saltato con la nostra debacle nel girone di ferro a Brasile 2014 – confidiamo pure sulla nota forza di volontà della Nazionale quando si trova davanti situazioni complicate e avversari che ci piace pensare e descrivere come impossibili. Restiamo perciò ai 90 minuti visti in Svizzera, senza girare attorno ai limiti evidenziati.

1) Esperienza. Ha ragione il Ct a dire che anche le sconfitte possono far crescere. Non tanto perché i percorsi siano lineari e vista Italia-Portogallo c’è da augurarsi che ci siano salti in avanti oggi non prevedibili. Piuttosto, c’è da registrare che gli azzurri hanno potuto misurarsi con la relativa frustrazione della sconfitta, con le malizie degli avversari che hanno perso tempo nonostante il carattere amichevole della partita, con la reazione dimostrata nelle ultime battute, per le quali si è riusciti a produrre occasioni più limpide nei minuti di recupero che nel resto della gara. E attenzione: sotto questo profilo, c’è un tema che emerge molto chiaramente e che lo stesso Conte ha indicato alla vigilia. L’attacco e i suoi interpreti latitano ed è un serio problema. Ma le risorse offensive ci sono, almeno sul piano della volontà (vedi le conclusioni dal limite dell’area nate dalla verve di Vazquez e di Gabbiadini) e dello sfruttamento delle palle inattive (palo di Bonucci sullo 0-0, tiro scentrato di Ranocchi nei secondi conclusivi).

2) Imbarazzi. Evidenti nella costruzione del gioco da parte della linea difensiva. Mal posizionati gli esterni bassi. Errori con propensione pressoché totale all’autolesionismo da parte di Ranocchia. Se ci si aggiunge il normale calo fisico di Pirlo, che subisce l’aggressione del centrocampo portoghese, il quadro è tale che avere incassato un solo gol è persino un merito.

3) Tecnica. Il possesso portoghese una volta raggiunto il vantaggio si è dimostrato sicuro, attivo e pure alto. Al contempo, gli azzurri hanno verticalizzato bene quando la palla è passata dai piedi di Pirlo e ha trovato un Immobile generoso e pasticcione nel proporsi come primo sbocco per i filtranti. Per il resto, troppe approssimazioni nel controllo, nei passaggi di prima, nelle iniziative individuali. E’ difficile pensare che Bertolacci, El Shaarawy o altri abbiano ricevuto un’iniezione di fiducia dalla prestazione in Svizzera.

4) Schemi. Conte parte con il 4-3-3 e prova poi a variare il modulo nella ripresa. Ma quel che manca e che di conseguenza inficia la sua fiducia, sono i suoi principi di gioco. Nulla di grave perché non erano questi i titolari. Ma se l’ex mister juventino voleva fare il percorso stavolta contrario al suo credo (prima il valore tecnico per aiutare l’assimilazione o la scoperta di una dimensione tattica adeguata), la sfida è perduta. Non a caso e non è litania, a fine gara ha parlato di lavoro fatto e ancor più da fare. Certo colpisce che forse l’idea di gioco più definita si è vista alla prima prova, con soluzioni a memoria che hanno messo sotto l’Olanda. Il resto è stato un galleggiare tra la teoria e la pratica, senza che siano emerse certezze sulle quali davvero edificare.

CONDIVIDI