Italia-Croazia 1-1 e la nostra inferiorità

Che non fosse una gara semplice lo si era intuito, tra il ritiro azzurro con una moria al giorno, il lento sgretolarsi dell’entusiasmo suscitato dalla gestione Conte dopo il fulminante esordio con l’Olanda e le poche indicazioni positive giunte dal contesto europeo dei nostri club. Niente di drammatico l’1-1 con la Croazia, soprattutto nell’ottica del realismo dei risultati, dalla quale necessariamente una Nazionale uscita malissimo dagli ultimi Mondiali deve ripartire. Un punto basta e avanza per la nostra classifica, ma la sensazione della superiorità dei nostri avversari non è facilmente cancellabile, è ammessa dallo stesso Ct e suscita una certa malinconia il corretto titolo del Corriere dello Sport: “L’Italia regge”. Neanche fossimo usciti dalla Corea del 1966 e ci trovassimo di fronte dei campioni del mondo, giusto per tornare a un periodo infelice dal quale uscimmo andando a vincere l’unico Europeo della nostra storia (chi ci crede seriamente oggi, al di là della confessione di De Rossi che dice come Antonio Conte glielo ripeta come un mantra ossessivo?).

Inferiori, brutalmente, soprattutto nel biglietto di presentazione dei primi 10 minuti, quando il gol di Candreva sembra cancellare – ma solo per un attimo che dura 4 minuti – l’impressione di maggiore velocità di pensiero e d’azione di Modric, Rakitic e compagni. E magari sarà anche vero, loro hanno le idee di centrocampisti del Real Madrid e del Barcellona, tanto è vero che quando tocca al “nostro” Kovacic la musica cambia e stonano anche i croati. Ma colpisce il nostro occhio impigrito dai ritmi lenti della serie A vedere la loro proprietà di palleggio, la loro declinazione ariosa e come riescano a spostare l’asse del gioco da destra a sinistra con estrema facilità. E, soprattutto, la fiducia che possiedono nell’andare nello spazio, sempre con una brillantezza in più che non è solo questione di gambe, c’entra anche una mente per noi troppo bloccata dall’attenzione tattica.

Conte lo capisce e nel secondo tempo cerca i correttivi. Il primo è El Shaarawy sulla linea di centrocampo e rischia di affondarci perché Kovac lo va a cercare con gli inserimenti di Srna e il milanista non ha il passo per contrastarlo. Il secondo è decisivo per portarci in avanti e al tiro con lo stesso Faraone, perché Pellè serve a dare un punto di riferimento certo e fa benissimo il lavoro di sponda.
Ma il dato che più colpisce è che dopo 62 minuti il mister azzurro abbia già effettuato tutti i 3 cambi pur di ridisegnare l’architettura della squadra. Un’operazione che nell’ultimo anno alla Juventus non aveva mai fatto. E non è un caso che solo in una circostanza c’era andato vicino, esaurendo i cambi al sessantottesimo e optando per un tridente con la terza sostituzione: fuori Bonucci, dentro Llorente, a cercare il dialogo con Tevez e Quagliarella. La partita era Juventus-Galatasaray, il risultato era in quel momento sullo 0-1 ed è stato quello il momento di maggiore difficoltà di tutta la sua ultima esperienza in bianconero. Sapendo com’è andata poi a finire la questione ci suggerisce su quanto sia ancora lunga la strada per rimettere in carreggiata la Nazionale e il calcio italiano tutto.

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