Il Barcellona di Luis Enrique rifila “la manita” al Levante. Un super Messi firma la tripletta.

In Italia si usa spesso dire di avere ottenuto il massimo con il minimo sforzo quando si vince 1-0 senza brillare. Quando si vede la Liga – segnatamente la gara casalinga del Barcellona contro il Levante, squadra a rischio retrocessione – la stessa definizione può incorniciare un normale 5-0. Nel quale la superiorità catalana è tale da regalare l’impressione più che fondata di non avere neanche bisogno di esercitare particolari virtù, né sotto il profilo della concentrazione, né per quanto riguarda il ritmo o l’intensità. In questo c’è tutta la forza di un progetto come quello dei catalani, che possono passare attraverso una stagione negativa come quella passata e anche qualche bella polemica odierna: il prodotto fornito non cambia, costruito com’è su una base tecnica di primissimo livello.

Colpisce ovviamente la striscia di continuità di successi che ha portato il Barcellona a ridosso del Real Madrid (-1 in classifica, ma gioco ben più spumeggiante), Messi in orbita Cristiano Ronaldo (ancora due gol e verrà raggiunto nella classifica cannonieri), il Camp Nou il luogo dove nessuno ha segnato così tanto (40 gol in 11 gare!) e subito così poco (6 reti, che contribuiscono a rendere i blaugrana la difesa di gran lunga meno battuta del torneo). Poi c’è lo spettacolo. Con il gol di Neymar che sembra imitare i tennisti quando sotto rete smorzano la pallina (e se la ride perché non erra esattamente questa l’intenzione del suo gesto tecnico). Con Messi che sale in cattedra, realizza tre reti, affina il destro (sì, avete letto bene), sembra ispirato soprattutto nell’accensione del movimento, quando parte in verticale palla al piede. Con Suarez che digerisce un bel po’ di panchina, poi entra e – tanto per gradire – realizza un capolavoro con un sinistro in sforbiciata che va a completare la giornata “normale” di un tridente fantastico. Il resto è fatto di numeri che traducono perfettamente l’esercizio di totale supremazia messo in atto: 76% di possesso palla (comune a entrambe le frazioni di gioco); 18 conclusioni con 10 tiri nello specchio, il primo dopo appena 73 secondi. E in fase di recupero, una tempestività di interventi (ecco l’importanza di un’organizzazione ben oliata) che fa sì che i padroni di casa si trovino in vantaggio dopo 18 minuti senza neanche aver mai commesso un fallo. Chi riesce a fare altrettanto oggi in Europa?

La base tecnica del Barcellona è tale da coprire benissimo il campo e da permettere di giocare anche da fermo, a ritmi molto bassi. Il tiki-taka non è più la filosofia imperante, lo stesso Xavi gioca più avanti, non ha bisogno di toccare ogni pallone per “battezzare” la manovra. Mascherano, Adriano e Busquets effettuano più passaggi di lui ed anche questo dice qualcosa sul lavoro di Luis Enrique. Che fa andare la squadra in gol come se fosse volley: ricezione di Busquets, alzata di Pedro e tocco sotto rete (a porta vuota) di Messi (è il punto del 3-0 che chiude la partita a inizio ripresa). Si conferma così la sensazione che quando il Barcellona gioca bene sia davvero un altro sport.

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