Terzo pareggio consecutivo per Rudi Garcia in Fiorentina-Roma

Tre indizi sono una prova e – soprattutto – il fatto che siano maturati all’interno di gare molto diverse non può che allarmare Rudi Garcia. Perché se al derby chiudere il primo tempo può essere giustificabile per le motivazioni supplementari di una Lazio in grande forma, i lenti e distratti primi tempi di Palermo e Firenze devono far pensare necessariamente che la Roma non riesca più a entrare in partita o che si vada quasi a cercare la sofferenza di interi 45 minuti per darsi una svegliata all’intervallo. Il che è senz’altro confortante, indica che alla malattia c’è la cura, ma passare da 1 punto a 7 di distacco nell’arco di 3 gare – per quanto difficili sulla carta – genera non pochi dubbi sulla candidatura allo scudetto.

Eppure, i primi minuti in Fiorentina-Roma al Franchi sembravano molto chiari circa le intenzioni strategiche della Roma. Esercitare il possesso palla nel quale la squadra di Garcia predomina in campionato, onde far andare a vuoto una Fiorentina composta da buoni palleggiatori, che in teoria avrebbero dovuto scontare qualcosa se costretti al recupero palla. L’idea era di prendere palla, impostare da dietro, verticalizzare in velocità, anche saltando il centrocampo con lanci in velocità. Un progetto riassumibile in ciò per il quale la Roma è stata pressoché perfetta fino a un certo punto della stagione: la presa del campo. Che non significava nel suo caso dover occupare in forze la porzione avversaria, esercitare ciò che nelle statistiche ufficiali viene definito “supremazia territoriale”. La forza dei giallorossi consisteva nell’esercitare un dominio mobile in tutte le zone, mostrando grande compattezza e densità ovunque, allungando e restringendo le linee con grande intelligenza e anche con una buona dose d’imprevedibilità. In altri termini, per gli avversari non era facile opporre un atteggiamento identico perché la prima mossa sulla scacchiera era sempre di Rudi Garcia ed era perlopiù spiazzante anche nella scelta dei ritmi di gioco, non di rado sorprendenti rispetto alle necessità della partita e del risultato.

Tutto questo non riesce più. La Roma ha patito alquanto l’aggressività della Fiorentina, si è vista sovrastare in molti contrasti, non ha trovato nei difensori quella sicurezza in impostazione che è ormai irrinunciabile per governare le partite. Al di là della sofferenza fisica patita da Strootman, costretto a uscire, non è un caso che l’unico capace di costruire pericoli e – contemporaneamente – di cucire i reparti sia stato l’inesauribile Nainggolan, motore e cuore pulsante.

Nella ripresa, come di consueto, funzionano gli accorgimenti tattici di Garcia (lo si è visto prendere appunti su un foglietto nel quale si leggeva la classifica momentanea: Juventus 49, Roma 41…). E ha iniziato a funzionare il dialogo tra i componenti del tridente: Totti tra le linee, Iturbe nello spazio, Ljajic a rimorchio. Oltre al gol del pareggio, i tre hanno confezionato un’altra grande opportunità ed altre situazioni di possibile superiorità numerica non sono riuscite a concretizzarle. La Roma ha dimostrato di avere un bisogno assoluto di un punto di riferimento, avendo perduto quella compattezza di un tempo. Che sia Totti sembra logico, anche se può mancare in zona più avanzata. E’ solo con il suo passo indietro che la squadra si è ritrovata, anche se non fino in fondo, denunciando limiti nella voglia di vincere nella fase finale, segno che mentalmente ha speso molto (troppo?) per rientrare in partita.

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