La semifinale di ritorno di Coppa Italia Fiorentina-Juventus termina 0-3. I bianconeri ribaltano l’andata e approdano in finale

Quando una partita finisce 0-3 il verdetto è inequivocabile, va oltre la cronologia dell’incontro e si colloca nella registrazione di una prova della verità, per la quale la Juventus è più forte della Fiorentina, anche se le assenze tra i titolarissimi avrebbero potuto condizionare la prestazione della squadra di Allegri. Se così non è stato, evidentemente, è certo per una questione di valore dell’organico, che in tal senso recupera la migliore tradizione della prima Juventus di Lippi, quando tante volte si faceva fatica a riprodurre un’identificazione precisa dei titolari e delle riserve. Non c’è la stessa identità tattica, né filosofia di gioco. Ma l’idea che si possa fare ricorso a energie e risorse accantonate nella prima parte della stagione e oggi disponibili potrebbe davvero essere il motore della Juve per questi ultimi mesi, nei quali il palese dominio registrato in Italia andrà a verificare in Europa le sue ambizioni più grandi, probabilmente ancora indicibili.

Eppure, Firenze non doveva essere una passeggiata. Non solo per il risultato dell’andata, che a conti fatti ha svuotato la mente dei viola, incapaci di connettersi con l’idea di una gestione della gara. Sorpresi dal piglio bianconero, i padroni di casa hanno attraversato un primo tempo senza decidere una reazione che si basasse anche su qualche necessario cambio tattico, visto come Borja Valero e Aquilani in primis sono entrati in palese difficoltà sulla grande capacità degli avversari di recuperare palla e contemporaneamente verticalizzare velocemente. Prima ancora della rete dello svantaggio, questa perdita del centro del campo (e anche della supremazia territoriale, mai cercata e invece ce ne sarebbe stato bisogno) ha finito per disancorare la squadra di Montella da qualsiasi forma di sicurezza. Allegri è stato molto bravo a liberare Pereyra da consegne tattiche difensive e la sua insistenza in certe zone ha provocato ben più di uno sconquasso in una difesa apparsa troppo priva di protezione per evitare i primi due gol: frutto entrambi di tap-in, segno che i riflessi iniziavano a mancare troppo presto.

Ma non doveva essere così facile per la Juve anche perché la gestione Montella, con il suo possesso palla a cadenze variabili e l’ottima proprietà nel palleggio, erano state garanzie nel passato d’imbrigliamento. Anche quando i campioni d’Italia erano riusciti a eliminare i viola dall’Europa League, il merito era stato più del colpo di un campione come Pirlo che dell’effettiva superiorità espressa lungo i 90 minuti. Ecco perché il 7 aprile 2015 può rappresentare realmente un punto di svolta per la Juve di oggi: perché di fronte a un test particolarmente significativo, la squadra ha saputo interpretare meglio le diverse fasi che il cambio di risultato andava proponendo. Senza fretta, ma con la capacità di operare strappi, di vincere i corpo a corpo quand’era il caso, di ritagliare protagonismo individuale anche in chi meno te lo aspetti. L’esempio massimo è l’intelligente partecipazione al gioco di Padoin.

Un’ultima riflessione piccola piccola: ma è un caso che il più grande successo della Fiorentina sulla Juventus degli ultimi anni, il famoso 4-2 in rimonta, sia stato anche l’unico che ha giocato Giuseppe Rossi?

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