Juve-Fiorentina: un saggio di confronto calcistico

Ci sono partite che rivestono un’importanza non solo per il risultato e gli effetti sulla classifica. Sia chiaro, il 3-1 di Juventus-Fiorentina dice molto sotto queste due voci perché un pareggio, come si stava profilando fino a un quarto d’ora dal termine, avrebbe fatto pensare a un’impotenza di entrambe nel superarsi con conseguenti sensi ed ammissioni di colpa (e le poche occasioni che erano state create dopo il pirotecnico inizio avrebbero dato ancor più evidenza al reciproco annullamento). In più, in una giornata che ha visto l’Inter scappare, c’era assoluto bisogno che almeno una delle inseguitrici desse un segnale di reazione.

Ma se l’incontro tra bianconeri e viola è apparso qualcosa di più di uno scontro diretto per lo scudetto, non è stato appunto solo per l’importanza della posta in palio, ma perché in maniera quanto mai cristallina si sono viste confrontarsi due filosofie calcistiche diverse, talmente espresse da riconoscerle da subito e da poterle misurare nel funzionamento per tutta la durata dell’incontro. Se ci pensate, tanta coerenza è stata tradita da Napoli-Roma, che pure erano state raccontate – con qualche esagerazione, ma anche con indubbi accenti di verità – come le due formazioni in grado di proporre un calcio spettacolare. Il che non si è assolutamente visto al S.Paolo, a ricordare che la via del realismo è sempre la scorciatoia più utile da attraversare nei momenti di grossa difficoltà, perciò non c’è nulla di che scandalizzarsi nel vedere Rudi Garcia cercare lo 0-0 e il buon punticino che muove la classifica e risolleva (forse) il morale, pazienza se lo si accompagna senza neanche un tiro nello specchio della porta.

Ho letto un tweet di un tifoso bianconero che probabilmente riassume meglio di ogni altro ciò che cercherò di spiegare con molte più parole dei fatidici 140 caratteri: “La Fiorentina ha giocato la palla. La Juve ha giocato a pallone”. Sulla Gazzetta di lunedì, l’ottimo Andrea Schianchi ha spiegato il diverso dispiegarsi dell’atteggiamento delle due squadre come un confronto tra due scuole che hanno da sempre guidato il calcio e che altro non sono che il modo utilizzato per cercare la strada del gol. Da una parte c’è la “via inglese” fondata sulla verticalizzazione, i lanci lunghi, i cross, la velocità, l’intensità e tutto ciò che sembra ispirato dalla concretezza e dalla potenza (e questa sarebbe la Juve). Dall’altra c’è la cultura danubiana, fondata sul palleggio, appagata nel possesso palla e appagante nella facilità con il quale lo pratica e dall’estetica che trasmette nel disegno di trame di gioco precise, senza sbavature, dove ogni interprete sa muoversi in spazi ristretti, il passaggio è spesso breve, la sensazione di superiorità viene trasmessa da un senso di sicurezza e padronanza che gli avversari rischiano di subire intanto a livello psicologico e poi anche sul piano fisico, perché spendere tante energie principalmente nel recuperare la sfera è già un segno di usura che può portare a un logoramento totale (e questa sarebbe la Fiorentina, traghettata dalla gestione Montella a quella di Sousa come versione italiana del tiki-taka spagnoleggiante).

In questa descrizione – che ho romanzato un po’ rispetto allo spunto regalatomi dall’articolista nel pezzo La Viola palleggia bene ma non affonda mai. La Juve assalta e vince – c’è l’impianto programmatico di Juventus e Fiorentina, talmente evidente che ad un certo punto della partita è sembrato che fossero più interessate a vincere sul piano culturale che nel risultato. I viola non riuscivano a tirare e hanno trascorso, a cavallo dei due tempi, ben 53 minuti senza neanche una conclusione d’alleggerimento. A parte il rigore, Buffon non ha dovuto neanche una volta sporcarsi i guantoni e qualcosa vorrà pur dire sull’atteggiamento di Borja Valero e compagni, oltre alla tradizionale sottolineatura della forza difensiva della Juve quando decide di giocare con i 3 della BBC. I bianconeri, invece, non riuscivano a risultare efficaci nelle non poche volte che comunque entravano nell’area avversaria (ben più del doppio rispetto alla Fiorentina), dimostrando come un surplus di fantasia e creatività sarebbe stato opportuno per modificare la situazione e non bastavano le due opzioni più ricercate: dare palla a Pogba (il giocatore che ha ricevuto più passaggi) con la speranza che i suoi cambi di passo producessero squarci nella tela viola; chiedere a Dybala di fare qualche passo indietro per aiutare la squadra a uscire da una pressione che Sousa ha organizzato per bene e che la Juve – incapace di servire Marchisio con continuità – riusciva a evitare solo affidandosi al lancio lungo in direzione Mandzukic, cercato ancor più di altre volte.

Se il punteggio si è modificato nel finale, con un 3-1 netto, vigoroso, che avrebbe potuto perfino essere raggiunto prima (parata di Tatarusanu su Sturaro) e che è apparso logico per quanto è stato prodotto con il totale cambio d’inerzia da parte dei padroni di casa, non è perché qualcosa è cambiato nell’impostazione. No, sarebbe un errore vedere la vittoria come il frutto di una spallata, di un cambio di rotta, di un felice tradimento di se stessi e delle proprie idee. Semmai, è stato il reciproco tentativo di affermazione totale della propria cultura di gioco espressa fino alle conseguenze più radicali a essere messo in atto.

La Fiorentina si è specchiata in se stessa e si è trovata bellissima nell’avere nascosto la palla ai campioni d’Italia, che pure stanno dietro in classifica, giocavano in casa e non riuscivano a costruire pericoli significativi. Oltre all’idea danubiana, c’è un pizzico dell’anima lusitana del suo tecnico, laddove i portoghesi – secondo la vulgata comune – sono brasiliani senza le porte. Ma c’è soprattutto l’idea di un calcio orchestrale, nel quale tutti sanno eseguire perfettamente il proprio compito e – in caso di 1-1 – si sarebbe detto, scritto e saputo che Vecino o Badelj l’avevano nascosta a Marchisio, Khedira e Pogba. Se ci pensate, come autostima non sarebbe poi stato molto diverso dall’acquisizione di 3 punti magari grazie a un episodio.

Al contempo, la Juventus sarà anche inglese, come si diceva prima (sebbene se dovessi regalare questa definizione la darei alla prima Juve di Lippi per il coraggio estremo del pensarsi e proiettarsi sempre verticalmente su ogni pallone). Ma la sua cultura più profonda – il credo di Allegri – si basa su un calcio dell’interpretazione, modulato sull’intelligenza della lettura dei singoli momenti della partita. Non propone modelli, ma opera scelte. E si fonda sul tentativo di piegare al proprio volere il tempo. Capace perciò di produrre conseguenze significative non appena l’avversario abbassa la guardia, magari ipnotizzato dal suo stesso narcisismo. Allegri la chiama “pazienza”, termine che nel calcio fa storcere il naso a molti perché sembra riduttivo, poco guerriero, il contrario dell’agonismo. Al di là dei nominalismi, tale esercizio di controllo non è una novità: era già successo nel famoso quarto d’ora di speranza con il Barcellona, sull’1-1. Il dovere sottoporre tutto ciò all’esame di Guardiola è quanto di più intrigante possa capitare perché 180 minuti da gestire sono un tempo infinito contro il Bayern.

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