Il patto d’onore Totti-Garcia vacilla sempre di più. Servirebbero riscontri concreti per tenerlo in piedi

Il problema della Roma è il secondo posto, non più il primo. E questo lo si è già letto e considerato da più parti. Il problema però è individuare la reale causa attualizzata di questa squadra che Garcia ha perso di mano, il modo di giocare che lo stesso tecnico non riconosce più (da sua stessa ammissione nel dopo Chievo-Roma 0-0), i punti che non arrivano e tutto quanto annesso e connesso. Perché quel problema non sta nel mercato, dove la Roma ha perso poco o nulla, cioè un Destro che è poi quello di Milano, calciatore che può dare qualche gol ma che non cambia il volto delle partite e soprattutto (perché comunque in questo è bravo) totalmente dipendente, appunto, dal gioco prodotto alle sue spalle.

Vero, Sabatini ha fatto profonda autocritica, fin troppa se vogliamo dire il vero, perché qualcosa la Roma avrà da Ibarbo e Doumbia. E se il rimpianto si chiama Salah, va ricordato che nella Capitale non ci si poteva permettere di criticare il Ljajic di quest’anno e tantomeno di bruciare un investimento non ancora totalmente perso come quello effettuato sul giovane Iturbe. Il resto sono parole. Che poi sono la chiave di tutto. Anche quella della “crisi” giallorossa.

Le parole in questione sono quella sorta di patto d’onore Totti-Garcia, “io punto su di te e tu ripaghi me”. Come se per il capitano fosse davvero l’ultima chiamata per lasciare un nuovo vero segno in carriera. E forse lo è. Lo era, diciamo. A meno che la Roma non riesca nell’affondo in Europa League, ultima spiaggia per risollevare la stagione agli occhi, adesso allucinati e piuttosto arrabbiati, di una tifoseria che anche a parole si illude molto in fretta. Il trionfo europeo. Quello sì che sarebbe una prova di maturità dopo il crollo in Serie A, dove adesso incombono Napoli e Lazio. Perché quelle parole nello spogliatoio romanista pesano come un macigno e hanno bisogno di trovare qualcosa di scritto nella storia. Altrimenti sarà la nuova fine di un ciclo, della grande storia del Pupone e del “sergente” che improvvisamente voleva essere un incrocio tra Conte e Mourinho in salsa francese.

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