Italia-Malta termina 1-0 con la rete di Pellè. Nazionale in affano, il risultato però decide la testa del girone

Brutta Italia, bel risultato. Questa è la morale del giovedì sera fiorentino, con un risicatissimo 1-0 su Malta che però vale il sorpasso sulla Croazia e permetterà una navigazione più tranquilla, ciò di cui c’è assoluto bisogno per arrivare all’Europeo con qualche piccola convinzione in più. Vedendo però la fatica degli azzurri – pur considerando che le sorprese sono sempre dietro l’angolo, come dimostra la possibile clamorosa esclusione dell’Olanda terza in Brasile un anno fa – qualche pensiero sulla strana fase della Nazionale si può fare:

1) E se il problema non fosse l’attacco? D’accordo, non abbiamo bomber incredibili e di provata esperienza internazionale. Antonio Conte fa quel che può, che significa insistere ancora di più su soluzioni memorizzate per mettere in condizione i nostri bomber di esprimersi. Sembrava avere trovato in Zaza una possibile quadratura del cerchio. Oggi tocca a Pellè, che il suo lo fa (e va anche oltre: il gol di gomito non faceva parte del suo repertorio). La sensazione è che il centravanti di turno in condizione felice per giugno si potrebbe anche trovare. Ma vedendo la difficoltà nel rifornirlo con idee convincenti viene davvero il dubbio che a mancare sia molto del resto. Troppo, sinceramente, per non essere preoccupati.

2) Evitare i paragoni con il passato. Fanno male, anche se sono legittime tentazioni. Nel 1987, in occasione delle qualificazioni per un Europeo incontrammo Malta. Quella era la Nazionale Under 21 sostanzialmente trasportata nella Nazionale A con tutta la sua qualità tecnica e la sua carica di entusiasmo. E ha ragione il Ct odierno, le squadre materasso esistevano ancora. Morale della favola: 5-0, due gol nei primi 9 minuti (Bagni e Bergomi), risultato totalmente determinato nel primo tempo. Laddove ieri, invece, sono stati proprio i primi 45 minuti a preoccupare per sterilità, episodicità delle iniziative anche individuali, gioco vagamente presuntuoso (tanto prima o poi si segna). Occorre che qualche forza giovane si imponga davvero in campionato e produca una svolta, regali energia e protagonismo. E che Conte, naturalmente, gli sappia trovare spazio.

3) Perchè l’Italia non va veloce. Senza l’inserimento di Candreva – che ha contribuito in maniera determinante ad allargare le maglie della difesa avversaria, ha messo in mezzo palloni importanti e ha orchestrato con Darmian buone sovrapposizioni – probabilmente il gol non sarebbe arrivato (tenendo conto che il meglio gli azzurri lo avevano proposto con spunti personali fuori dai 16 metri: Eder nel primo tempo e Gabbiadini nella ripresa). La Nazionale a settembre storicamente non ha mai offerto il meglio di se stessa. Ma se a Firenze la lentezza è stata predominante in troppe fasi non è per una questione di mera brillantezza fisica o di intenzione, tantomeno di regia troppo poco incisivo del tandem Pirlo-Verratti. La vera questione è che quando l’Italia ha provato a intensificare la manovra sono emersi limiti tecnici imbarazzanti: troppa staticità delle punte. Stop sbagliati. Meccanismi poco funzionanti. E così si finisce per perdere certezze collettive e si va fatalmente a cercare di confezionare l’episodio favorevole per via individuale

4) Il 4-3-3 non è la soluzione ideale. Non almeno quello proposto con Eder e Gabbiadini, apparsi poco in sintonia con il resto della squadra (la si può leggere anche al contrario, non tutta la responsabilità è loro). Contro difese chiuse non è mai facile giocare, ma la dose di coraggio nel saltare l’uomo se si propongono tre attaccanti deve necessariamente essere molto più elevata. Ha impressionato vedere i nostri avversari possedere più velocità d’esecuzione nei disimpegni, costretti dalla necessità di assumersi i rischi per uscire dalla pressione. Ed è forse proprio su questo che il Ct dovrà lavorare: far capire che bisogna alzare la soglia della personalità individuale, senza con questo finire nell’egoismo o nella tentazione di pensare che da soli si può fare la differenza. Ma a un’Italia che fa fatica a partecipare alla costruzione non c’è scorciatoia possibile di quella di una maggiore convinzione almeno in quei giocatori che possono riuscirvi

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