Perché nel calcio non ci si inventa

Ci sono sempre fondamenta dietro a una struttura come la Nazionale, per la quale noi nello Stivale ci spelliamo pur di trovare il pelo nell’uovo senza rendersi conto che quella “azzurra” è una cultura che esiste e resiste. Anche nonostante alcuni clamorosi flop europei o mondiali. Per gli iberici il discorso è differente, hanno goduto di alcuni assi qua e là nella tempo (Luisito Suarez il più clamoroso tra quelli del calcio che fu: nel video qui sotto però spiega quanto fu importante immergersi testa e corpo in una nazione nuova) ma mai di un approccio organico a questo sport. Né organico, appunto, né didattico. Fino alla rivoluzione blaugrana che, non dimentichiamolo, fu totale merito di un olandese, quel Johan Cruijff che anche da allenatore è il genitore diretto di mostri sacri mediatici come Mourinho.

È quindi il calcio olandese, fuso alla voglia di emergere tutta catalana, ad aver generato la generazione Barcellona. Quella che ha poi scritto la storia in una delle sue mutazioni più recenti. È stata La Grande Bellezza, quella di Pep Guardiola, avvalorata dall’esplosione di talenti fatti in casa come Puyol, Xavi, Piquè o Iniesta. La “cantera” che già con Van Gaal ha mutato il modo di pensare il calcio giovanile nell’intera penisola. E oggi i calciatori di nuova leva, quella successiva agli Ottanta e ai Novanta, non soffre più la sindrome di inferiorità psicologica e tattica che hanno patito, al loro arrivo in Italia (nella Serie A dei massimi sistemi, ma comunque in generale nel diversissimo campionato italiano) calciatori come Mendieta, De La Peña, Farinos, Josè Mari, Javi Moreno ed Helguera. Gente che oltretutto andava piano per il nostro calcio. Prima di loro toccò a Martin Vasquez che fece vedere solo rari sprazzi nel Torino.

Oggi tutto è diverso. Restano due scuole diametralmente opposte, in cui la forbice si è irrimediabilmente aperta livellando almeno i valori che sono andati a favore della Spagna grazie al blocco blaugrana (sì, quei blocchi che piacciono poco ai giornalisti e tantissimo ai commissari tecnici e un motivo ci sarà…). Oggi un Borja Valero o un Fernando Llorente possono patire il cambio di carichi, la gestione differente dello spogliatoio, ma non possono patire il nostro calcio: siamo nella globalizzazione anche del pallone, dove regna sovrana la forza dell’esperienza internazionale dei calciatori. E neppure di titolari della loro nazionale si parla. Così, salvo fuoriclasse, basta leggere i curriculum per capire se uno straniero può funzionare o meno (il resto ce lo deve mettere l’allenatore). Che sia spagnolo, cileno, serbo, svedese o paraguaiano.

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