Succede spesso, quando si vivono situazioni di rimonta, che arrivi uno stop imprevisto. Nei modi, nelle forme e nei tempi, quasi che la troppa energia spesa in un’impresa difficile abbia bisogno di un momento di pausa per poi potersi sprigionare di nuovo

Credo inconsciamente di avere preparato questo tipo di incipit per il termine del girone d’andata, magari proprio per quel periodo natalizio a cui ha rimandato più volte Allegri come la giusta dimensione temporale per andare a fare una verifica sullo stato della classifica. Ed invece, brutale almeno quanto è stata da applausi la balistica della punizione di Sansone, è arrivata una sconfitta assolutamente non ipotizzabile per quanto visto nelle ultime settimane. Tre punti lasciati in un turno infrasettimanale che nella crudezza dei numeri fotografano meglio di ogni altro il fardello (probabilmente insostenibile) con il quale la Juve è tenuta a convivere, sentendosi terribilmente appesantita nelle gambe e nel cuore. La posizione non cambia, si rimane dodicesimi. Il fossato con il primo posto – ma anche quello con il terzo – è profondissimo. E la sensazione è che debba sedimementarsi in tutti l’idea che non basterà qualche segnale di risveglio per alleggerire la situazione. Adesso che davanti un po’ di squadre iniziano a procedere spedite (senza dare segnali che tutte insieme smettano di farlo) anche un filotto virtuoso di 4-5 successi consecutivi potrebbe portare a non molto di più in termini di posizioni guadagnate e di punti recuperati. Scatta quindi spontanea una domanda obbligatoria in questi casi: quanto un gruppo che ha vinto tantissimo e un manipolo di ragazzi che invece devono imparare a farlo sono in grado di lottare, soffrire, sopportare critiche giustamente pesanti per ottenere giusto la luce della parte sinistra della classifica?

In altri termini, siamo dentro ciò che accomuna la Juve di oggi a tutte le squadre che hanno vissuto la fine di un ciclo in maniera traumatica (vedasi la Juve 1999, terminata fuori dalle coppe): dove si trova la forza per lottare per un obiettivo diverso dallo scudetto quando hai fatto l’abitudine a vincerlo con – perfino – relativa semplicità? So bene che ammetterlo a fine ottobre, in questa maniera così cruda, può essere duro, perfino impossibile da digerire per un popolo quale quello bianconero, ben abituato e mai stanco di trionfi. Ma penso che questa domanda sia ineludibile a meno di un atto di coraggio pubblico, quasi una sorta di impegno solenne, che potrebbe curare quella mancanza di spirito riscontrata da chi meglio di ogni altro ha un’esperienza di successi, cadute e riscosse: Gigi Buffon. E perciò, dirlo ai quattro venti: che si crede ancora all’ipotesi tricolore. Tanto da farne un tormentone, la quotidianità della squadra, il modo di vivere le partite da parte dell’intero ambiente. A costo di uscirne con le ossa rotte, di viaggiare sulle montagne russe, di generare sbalzi psicologici difficili da sostenere. Ma se penso questo è perchè credo nelle potenzialità tecniche di una rosa che trovo altamente competitiva. E con questo indico anche come non penso che si debba o possa necessariamente perdere a Reggio Emilia con un centrocampo senza Marchisio e Khedira. Con gli stessi effettivi la Juve aveva preso 3 punti col Genoa risolvendo tutto in un’ora di gioco, con una dimostrazione di sicurezza guardacaso messa in mostra dopo che Allegri aveva alzato la posta, dichiarando alla vigilia che dei 3-4 momenti decisivi che ci sono in una stagione, Marassi ne rappresentava il primo. E la risposta era stata all’altezza dell’indicazione del mister.

Lo spirito, il cuore, la carica agonistica, la capacità di reazione. Sono tutti termini che generalmente si spendono quando le cose non vanno. E molto indicano, in effetti, perchè nulla si imprime così tanto negli occhi e nella mente di chi guarda e di chi gioca come l’espressione di una certa ferocia, della cosiddetta voglia di vincere, delle motivazioni che ti fanno andare con un di più su ogni pallone. Mi viene in mente De Rossi, al termine di Roma-Juve 2-1, ancora spaventato da quel finale dove i campioni d’Italia, strabattuti sul piano del gioco per 70 minuti, arrivano vicino al pari quando pure sono inferiorità numerica e sotto di due reti. “Questi non mollano mai!”. Quel giorno la Juve non voleva stare a zero punti, certo, ma forse ancor più non ci stava a perdere contro l’avversario storico di questi anni, ha vissuto quella gara come una specie di atto dimostrativo, una specie di finale paradossale, visto che si era solo alla seconda giornata.

Non so se capiterà l’impossibile, non so neanche quando scatterà l’idea che la macchina bianconera sia finalmente in moto, fermabile certo, ma non imballata per negligenza propria o addirittura mai partita come nel primo tempo col Sassuolo. Però mi viene in mente che conquistare 3 punti alla decima giornata, per un totale di 15, avrebbero eguagliato lo score della formazione di Allegri con quella di Lippi che avrebbe conquistato poi lo scudetto del 5 maggio 2002, dopo una partenza alquanto stentata. Questo rende ancora più amara la terra di nessuno che si abita adesso, senza riferimenti nobili in un passato più o meno lontano. Per intraprendere grandi viaggi ci vogliono le coordinate e da qualche parte, prima o poi, bisognerà prenderle.

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