Le ragioni della cessione del guerriero Arturo Vidal: analogie e differenze con Nainggolan e Nedved

Se c’è stata una difficoltà nel quadriennio di Arturo Vidal alla Juventus, è stata quella di trovare un corrispettivo. Un termine di paragone, un giocatore che in qualche maniera gli assomigliasse nel passato o nel presente. Al limite, quando ad un certo punto si è iniziato a pensare che il suo declino fosse inarrestabile e che l’ascesa di un concorrente fosse altrettanto certa, si è parlato di una sua possibile sostituzione con Nainggolan. Vedendo nel belga, così come nel cileno, la capacità di giocare a tutto campo e di prendere a spallate la partita con il proprio furore agonistico. Giusto una suggestione, troppe sono le differenze tra i due, al di là che probabilmente andrebbero valutati in contesti tecnico-tattici simili. Quel che è certo è che lo juventino ha dimostrato di essere straordinario, fino a incarnarne l’anima e non solo nella sua parte guerriera, nel secondo anno di Antonio Conte, con la prestazione nei due confronti con il Chelsea difficilmente dimenticabile. Il romanista, piuttosto, è apparso assolutamente indispensabile a Garcia nel momento di maggiore difficoltà, ovvero in tutte quelle gare del girone di ritorno dello scorso campionato nelle quali magari è calata la sua lucidità, ma si è dimostrato l’ultimo ad arrendersi e il primo a sferrare tiri da un po’ tutte le posizioni, veri e propri “incitamenti” a una squadra che stava esibendo clamorosamente una latitanza del suo attacco. Non erano solo spunti di volontà, segnali d’irriducibilità. C’era qualcosa di più e di diverso rispetto al collega che al Bayern potrebbe regalare un killer istinct, secondo il desiderio e il pronostico del nume tutelare Lothar Matthaeus.

Nella differenza radicale tra Vidal e Nainggolan c’è forse la principale spiegazione tecnica del perché la Juve di oggi e di Allegri possa fare a meno del suo guerriero. Naingggolan è un giocatore che ha un’intelligenza strategica nella difficoltà. Non è solo questione di leadership o di tackle che scuotano i compagni, di atteggiamenti e di faccia cattiva. Il centrocampista della Roma è come se esaltasse le sue caratteristiche quando la squadra perde i suoi esatti punti di riferimento nello spazio. Arturo Vidal invece, è il giocatore che è o non è. Conte lo definì meravigliosamente: “Arturo è il regolatore della nostra intensità”. Un misuratore istintivo, che in un gioco a mille all’ora dettava il tempo coniugando velocità, cambi di ritmo ed efficacia delle proprie giocate. Il più delle volte assolutamente risolutive tanto in zona gol che nel recupero palla, ha regalato alla Juve una soverchiante impressione di superiorità, un senso felice del proprio dominio. E’ ciò che è mancato nell’ultimo anno per tanti motivi, dalla collocazione sulla trequarti (dove sa agire ma solo se non gli è imposto, soprattutto nel pressing ha bisogno di lanciarsi da più metri), ai fastidi fisici che ne hanno diminuito la vitalità fino a spegnerlo quasi del tutto in non poche partite. Ha patito quell’assenza del gioco a memoria, quella fiducia nell’esecuzione dei movimenti che Conte aveva insegnato alla squadra e che Allegri pretendeva (e adesso ancora di più) si viri in gestione diversa della gara, in pensiero più profondo e anche più lento. In ultima analisi, Arturo Vidal è il giocatore che ha trovato un limite che non è riuscito a superare: essere parte di una squadra e non cuore pulsante, saper agire allo stesso modo in contesti diversi che non siano quelli di dover dimostrare ogni volta di essere tutto, altrimenti si rischia di essere niente (o poco più).

Lotta e governo, è il binomio più difficile. La Juve oggi spinge più sul secondo versante e Vidal non è più il giocatore che in questo fa la differenza. Avrebbe dovuto studiare e riprodurre Nedved, forse il suo vero predecessore, per come spesso sapeva non snaturarsi anche quando la squadra non funzionava secondo il suo ritmo. Ma a un cileno istintivo non si può chiedere di essere un ceco metodico.

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