A Verona, dove tutto ha avuto inizio per il tecnico bianconero

Le coincidenze hanno sempre un significato e nel calcio ancora di più. Ricorderete tutti dove partì l’avventura di Massimiliano Allegri in bianconero un anno e mezzo fa: a Verona, con il Chievo, a chiudere un’estate tormentata, tra l’addio improvviso di Antonio Conte, un mercato giudicato dai più di mero aggiustamento – come se modificare in meglio la rosa di una squadra campione d’Italia sia la cosa più semplice del mondo – e un precampionato alquanto balbettante. Quella domenica, la Juve ci mise 6 minuti a sbloccare il risultato, colpì 3 legni e lanciò un ragazzino di nome Coman che per un mister debuttante e con la fama delle brutte partenze rappresentava senza ombra di dubbio un atto di coraggio non banale. Ma tanto, si diceva, questa Juve non è la sua. Gioca a memoria, ha il 3-5-2 nella testa, è figlia dell’ossessività trasmessa dal precedente allenatore. La “vedovanza” è uno sport diffuso, in questo Paese di perenni insoddisfatti anche tra i perenni vincitori. Ma certamente bisognava attendere Allegri a prove più serie e alla verifica del tempo, a partire da come avrebbe saputo far fronte alle difficoltà, agli imprevisti, agli infortunati, eccetera eccetera.

Ieri, al termine di uno 0-4 impetuoso (e anche stavolta, altra coincidenza, con tre legni clamorosi, soprattutto quello di Pogba che ha sfiorato nel finale il gol capolavoro) è stato chiesto ad Allegri se la Juve vista al Bentegodi fosse la più bella. Una domanda già proposta neanche troppe ore prima, al termine del 3-0 sull’Inter. Lui ha glissato, insistendo sul fatto che si deve, si può e si sta migliorando tecnicamente dal punto di vista individuale, di conseguenza l’insieme ne trae benefici e si può anche risultare talvolta irresistibili com’è successo ieri e in alcune altre prestazioni delle 12 vinte consecutivamente. Ed è su questa impostazione – che la critica fatica a riconoscere, preferendo soffermarsi sull’aridità dei moduli – che c’è il rovesciamento prospettico dell’allenatore toscano. Non è la tattica a migliorare i giocatori. Il 3-5-2 serve a offrire un quadro di consolidata sicurezza entro il quale il mantra è: chiunque abbia la palla deve nutrire un’idea utile e i compagni, soprattutto quelli più vicini spazialmente, devono essere in grado di sintonizzarsi. Un calcio a lunghezza d’onda, come certificano perfettamente le reti che hanno visto in 3 casi su 4 andare a battere a rete a porta vuota con diversi uomini assist: Lichtsteiner e Khedira per Morata, Pogba per Alex Sandro. Il che ha fatto pensare all’implacabilità del Barcellona, che in molte circostanze supera difesa schierate con una ragnatela di passaggi che portano ad andare a rete come se fosse basket, con tanto di facile schiacciata finale.

Bene, però, ha fatto Allegri a rifuggire dal paragone. E non solo perché certi marchi è facile farsi appiccicarseli addosso e poi non te li live più e ti fanno male – guai definire o pensare alla Juve come al Barcellona italiano -; quella è una squadra che condensa una tale qualità in attacco che non è proprio il caso di evocare. Suarez, Messi e Neymar si distribuiscono gol e ultimi passaggi in maniera quasi totale, laddove la Juve ha bisogno di una partecipazione più corale e ha in Pogba il suo esempio di centrocampista che rappresenta un unicum nel panorama europeo per come sa far tutto ai massimi livelli. Tanto da avere quasi azzerato il famoso dibattito sull’idea del trequartista. Pogba non lo è, ma ne riveste totalmente le funzioni per come si propone, per quanto segna, per come è il massimo rifinitore della manovra e per quanto la squadra lo sa servire tra le linee o per come lui riesce a conquistare quello spazio in virtù della sua progressione e del suo dribbling. Il gol dello 0-4 di ieri e l’insieme delle sue giocate mi hanno fatto pensare alla versione 2.0 di Zinedine Zidane, con un grado di efficacia persino maggiore e – naturalmente – il vantaggio di una maturità e consuetudine alla vittoria che Zizou si è guadagnato qualche anno dopo e con fatica maggiore.

L’ultima valutazione è una piccolissima annotazione. Stiamo assistendo a un campionato dagli altissimi contenuti tecnici. Se lo vincerà la Juve avrà superato un Napoli che solo nel girone di ritorno viaggia alla media di 4 gol a partita e ha un Higuain che segna come un gol in ogni incontro. Se capiterà il contrario, sarà un’impresa ancor più superiore di quelle precedenti del 1987 e del 1990, che pure erano targate Diego Armando Maradona. Sarebbe l’occasione per tutti per esaltare la bellezza di quanto sta succedendo. Per questo, ieri, quando hanno chiesto in conferenza a Maran cosa pensasse degli atteggiamenti irridenti della Juve sullo 0-4 ho avuto per un attimo il desiderio di vivere altrove, nella Liga dove i 6-0 normali delle big sono vissuti come una gara ulteriore, un motivo di straordinaria competizione e non come una presa in giro dell’avversario. Che io proprio non ho visto, a meno di pensare che la disperazione di Pogba per il legno colpito all’ultimo minuto non abbia diritto di cittadinanza. Il che presuppone che dopo un’ora di gioco di Chievo-Juve, a giochi decisi, si inizi a non fare più nulla per essere tutti felici e contenti. E questo sarebbe lo spirito sportivo?

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