Quando l’argentino Lionel Messi fa tutto da solo

41 gol in stagione. Una cifra che altrove avrebbe soddisfatto chiunque ma che nel Barcellona significava per Lionel Messi una cosa molto precisa: era stato insufficiente. Non era bastato né per vincere la Liga, né tantomeno per approdare fino in fondo alla Champions League, dove i blaugrana erano stati bocciati. Paradossale, no? Numeri da sogno se si pensa al significato che avrebbero nel resto d’Europa diventano in Spagna una faccenda quasi trascurabile. E poi, a dirla tutta, c’era anche l’impressione che la Pulce fosse realmente schiacciata dall’ombra del suo rivale Cristiano Ronaldo non solo dalla circostanza che il portoghese si alzasse la coppa dalle grandi orecchie e successivamente il Pallone d’Oro.

C’era qualcosa di più, una sensazione che anche al Mondiale (peraltro interpretato tutt’altro che banalmente in non poche gare) si era riproposta: Lionel Messi non riesce più a fare la differenza da solo. E’ come se avergli messo accanto Neymar lo avesse snaturato, finendo per imbrigliare estro, fantasia, accelerazioni e quei gol che da sempre inventa creandoseli da solo. D’accordo, non è che fossero mancati exploit di questo genere: contro l’Ajax in Champions League, diverse finte ad accompagnare un tiro da biliardo piazzato sull’angolino. Oppure in Copa del Rey, vittima il Getafe tanto all’andata che al ritorno, con il preziosismo nella seconda gara di scartare tra i tanti pure il portiere. Ma per le medie abituali del 10 argentino era troppo poco. E, soprattutto, le gare non erano così significative.

Nel 2015, invece, Messi non solo ha approfondito l’intesa con Neymar e ormai non è azzardato dire che l’uno fa la fortuna dell’altro (anche con il Bayern, visto come il brasiliano stesse litigando con tutti e con Rizzoli soprattutto, prima che il compagno gli indicasse il corridoio dove andare a firmare il punto del 3-0). E poi c’è la quantità delle reti (oltre 50) e quelle impossibili agli umani, confezionate su qualche pianeta lontano, inaccessibile anche ai colleghi fuoriclasse. Tutte regalate al Camp Nou, tra l’altro. E quelle precedenti al ko di Boateng, che si candida a immagine simbolo del Messismo (inauguriamolo questo neologismo), creano il sospetto che il campionato lo stia “allenando” per gli appuntamenti più importanti e globalmente più visti.

La galleria è corposa e prende il via subito nella gara inaugurale con l’Elche, tanto per mettere subito le cose in chiaro. Firma una doppietta da sogno: stoppa spalle alla porta, entra in area e disegna il diagonale vincente. Poi si mette a dribblare in orizzontale e piazza il pallone sul secondo palo. Nel derby con l’Espanyol – 5-1 per i blaugrana – si inventa al limite un numero che gli permette di entrare in area un destro secco che non si pensava appartenesse al suo repertorio (e che fa il paio alla dolcezza del pallonetto col quale ha superato Neuer col piede meno nobile). Con l’Almeria disegna una traiettoria a giro che si può solo ammirare (forse anche il portiere) e col Getafe viene servito da Suarez, stoppa di petto con estrema naturalezza e crea la solita magia che lascia a bocca aperta.

Resta una curiosità da soddisfare: quanti video e soprattutto quali avrà visto il povero Boateng per studiare il giocatore più forte del mondo. Qualcuno ha dei dubbi?

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