Quel che insegna la prima parte della stagione

Quando la classifica piange – e quella della Juventus ha numeri impietosi, assolutamente impossibili da pensare a inizio campionato ma anche solo dopo il successo di Genova – è molto difficile analizzare aspetti positivi o riuscire a non far rientrare il tutto sotto la categoria della disfatta. 5 punti in 6 gare sono una media allucinante per una squadra che negli ultimi anni non ha mai incontrato due sconfitte consecutive nel suo percorso, a eccezione di due rovesci subiti a Firenze (quell’incredibile 4-2 targato Pepito Rossi) e il successivo 2-1 patito al Bernabeu, peraltro in una gara giocata per un tempo in inferiorità numerica causa l’espulsione di Chiellini. Una tentazione ottimistica – ma anche rischiosa di produrre illusioni o frustrazioni se nel breve termine non si registrassero segnali concreti di rimonta – dice che il contesto sta aiutando i bianconeri. Davanti nessuno corre e soprattutto ha fornito l’impressione di possedere un impianto di gioco non immune da qualche difetto non trascurabile. Ma l’ultimo segnale forte dato al campionato, quello della Fiorentina, più che aggiungere una nuova squadra alle pretendenti al titolo, suggerisce quanto il livello di sicurezza di molte squadre non accreditate per il vertice sia cresciuto. Qui sta uno dei nodi più intricati della stagione della Juve in campionato. Se questa fosse una verità più profonda e non un dato episodico di 6 giornate, i punti si possono davvero perdere con tutti. E il -10 diventerebbe non facilmente scalabile, a meno che in tempi molto rapidi vi fossero segnali di forza e di esplosività capaci di ottenere un duplice effetto: entusiasmare nuovamente l’intero ambiente e al contempo spaventare la concorrenza, che ancora oggi esprime grande fiducia verso Buffon e compagni più di quanto oggettivamente stiano meritando.

Mentre la critica spara a zero su Allegri e la sua confusione di moduli e formazione, bisognerebbe cercare di andare alla radice delle sue scelte. Personalmente credo che il difetto principale della gestione del mister in questa prima fase sia altro da quello che comunemente viene presentato. Non indicherei cioè come causa dei mancati risultati lo “sperimentare” soluzioni tattiche diverse e questo per molti motivi. Intanto, c’è stata un’oggettiva necessità in molti cambi, data dagli infortuni che in misura continua hanno determinato difficoltà nel dare continuità a certe idee. Ma poi, ed è ciò che maggiormente conta, cambiare per cambiare non ha molto senso, ma farlo perché non si hanno le risposte giuste è quasi un obbligo. Chiarisco meglio il concetto: credo che negli interventi di un allenatore ci sia la necessità non tanto di trovare un assetto ideale, tantomeno in una situazione dove mancano elementi dell’organico titolare. Semmai, bisogna cogliere i segnali che il campo restituisce e provare a correggere laddove non si ricevono le risposte attese. In tal senso, credo che non ci sia stata finora una Juventus schierata con un modulo capace di un funzionamento soddisfacente e perciò confermabile. Ancor più se si guarda l’ultimissimo periodo. Il tridente di Manchester viene riproposto a Genova e con Pereyra al posto di Morata infortunatosi la squadra sembra quadrata e funzionante. Poi però, nel primo tempo con il Frosinone crea e non poco, ma difetta totalmente in intensità. A Napoli ulteriore cambio. Il 4-3-1-2 sembra un ritorno a una soluzione già praticata e abbandonata, ma forse – ecco l’intenzione di Allegri – è proprio questo ciò che lui vuole trasmettere al gruppo: si può e si deve lavorare su diversi sistemi di gioco e nessuno è l’approdo definitivo, non ci sono ancora promossi o bocciati.

Semmai, sull’operato dell’allenatore, trovo che siano altre le riserve da fare proprio a partire dal San Paolo. Per come aveva funzionato la Juve del secondo tempo con il Frosinone (al netto del gol subito, si era vista una squadra capace di creare tantissimo), il rombo poteva essere proposto variando però la disposizione degli interpreti: Lemina a fare da schermo davanti alla difesa (il ragazzo sa disegnare linee essenziali). Pereyra interno (ha gamba per fare le due fasi). Hernanes trequartista (negli spazi concessi tra le linee avrebbe fatto sentire meno la sua lentezza e collocato più vicino alla porta ha dimostrato di avere anche un buon tiro dalla distanza). E poi, cosa più importante, una volta misurate le difficoltà del primo tempo, ci volevano mosse più decise e tempestive sui cambi, avrebbero potuto dare una scossa, tenendo conto di come apparisse in difficoltà Pogba, molto cercato dai compagni che affidavano a lui il compito di incursioni che non si concretizzavano mai.

La difficoltà di questa fase sta proprio perciò nella contraddittorietà dei segnali che le 3 Juventus vincenti delle prime 8 gare hanno fornito. La finale di Supercoppa, con una dimostrazione di netta superiorità nella gestione di gara e nel governo dei tempi, una Juve concreta, spietata, compatta, che ha nei due nuovi acquisti i risolutori dell’incontro, in Pogba il grande ispiratore (da numero 10 moderno e totale), una difesa che al solito non si concede la minima distruzione. Poi c’è la Juve di Manchester, capace di ribaltare il risultato, sta dentro la gara con la personalità acquisita nella Champions League precedente, con un’interpretazione del 4-3-3 perfino entusiasta per spirito di sacrificio e voglia di protagonismo individuale. Infine, la Juve di Genova, 0 tiri nello specchio ricevuti, molta tranquillità, un senso di ritrovate certezze anche nel non dover per forza esprimere il massimo per poter raggiungere il risultato.

Sono 3 Juventus che devono saper convivere all’interno dei 90 minuti. Presupposti che c’erano tutti nei primi 25 minuti di Napoli, dove la Juve è apparsa ordinata, dinamica, capace di rallentare il gioco quando voleva, attenta dietro sulla pressione dei padroni di casa e la verve dei suoi interpreti, con idee di verticalizzazione e padronanza tecnica che hanno portato all’occasione di Zaza parata da Reina. Tutto poi è evaporato dopo l’1-0 e non si è ritrovato neanche sul 2-1, quando ci si poteva aspettare una dilatazione del finale di Roma-Juventus e, invece, non si è materializzata. Ho la ferma convinzione che la ricerca del miglior assetto tattico non potrà prescindere da questa linea di ricerca che già ha avuto una sua manifestazione: le 3 Juventus devono diventare una sola. Qui, e non sul -10 più o meno recuperabile, c’è ancora di che essere ottimisti.

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