Cosa c’è dentro il successo dei bianconeri sulla Lazio in Coppa Italia

All’ennesima sconfitta da parte della Lazio di Pioli con la Juventus di Allegri ci sarebbe da archiviare anche quest’ultima gara di Coppa Italia come l’ennesimo capitolo di una storia che non ha significative variazioni. In effetti, la cosa che più colpisce degli ormai 6 incontri tra biancocelesti e bianconeri nell’ultimo biennio (3 n campionato, 2 in Coppa Italia e 1 in Supercoppa) è l’assoluta mancanza di reazione da parte di Candreva e compagni. Laddove la Juve, passata in svantaggio una sola volta nella finale di Coppa Italia ci mise pochi istanti per trovare subito il pareggio con Chiellini, non c’è mai stato un segnale di minima riscossa da parte della Lazio. Con questo intendo un’azione significativa, non un segnale di carattere (sono state altre le gare dove anche questo è totalmente mancato, ieri si è visto fino al termine, quando comunque il divario avrebbe potuto assumere proporzioni decisamente più nette).

In tutta la ripresa Neto ha dovuto operare in due uscite alte, che gli sono valse l’apprezzamento del suo allenatore. Per il resto nulla, neanche uno straccio di conclusione, neanche un abbozzo lontano dallo specchio della porta. E non si può neanche dire che sia stato il frutto avvelenato della rete decisiva di Lichtsteiner. Anche nei primi 20 minuti dopo l’intervallo non c’è mai stata un’azione in qualche maniera somigliante a un pericolo e la sensazione di una gara in discesa per i bianconeri anche quando il risultato era ancora sullo 0-0 è apparsa piuttosto netta.

Cercando similitudini, si potrebbe quasi pensare che la Juve propostasi all’Olimpico non è poi molto distante da quella che aveva iniziato la stagione in Cina vincendo 2-0 la Supercoppa italiana. Oggi, dopo un percorso quanto mai avventuroso, con un inizio terribile e una serie di vittorie che nessuno si aspettava e hanno fruttato la rimonta, ci si è un po’ dimenticati di quella prova di forza iniziale. Eppure, era stata proprio quella gara a far parlare della “solita” Juve: solida dietro, tanto da non far correre pericoli a Buffon; ordinata a centrocampo, con un Pogba nella veste di rifinitore decisivo che lasciava intendere come il vero trequartista, l’uomo dell’ultimo passaggio potesse essere lui, al di là delle diatribe sulla scelta del numero 10 e su ciò che il mercato – in quel ruolo – non stava offrendo; infine, implacabile nei nuovi acquisti Mandzukic e Dybala, entrambi in gol all’esordio, a far pensare che le grandi trasformazioni operate dal mercato fossero da promuovere.

All’Olimpico, in fondo, questo “quadro cinese” ha trovato una riverniciatura, un aggiornamento dato dall’ulteriore consapevolezza della propria forza che la Juventus ha maturato da allora ad oggi. La fase difensiva ha lasciato una sola opportunità ai padroni di casa, ma il veloce Keita (ragazzo sempre molto interessante) non ha saputo approfittare dell’iniziale lentezza di riflessi di Caceres, che poi ha aumentato attenzione e aggressività e ha finito per prendergli le misure. Per il resto, tanto rumore per nulla: la Lazio non è riuscita a trovare mai neanche quelle soluzioni da lontano o le possibilità da palla inattiva che i bianconeri avevano patito alquanto nel loro momento di crisi.

Il centrocampo si è confermato il cuore dell’Allegri pensiero: non c’è ideologia nella sua costruzione del gioco, non si cerca la via migliore a priori ma quella più pratica a seconda delle circostanze. Si spiega così, oltre a una condizione fisica che sembra superiore agli avversari, tanto qualche imbarazzo tecnico della prima parte di gara che la netta superiorità della seconda. Gli avversari finiscono per misurare quanto la coperta sia corta. Fino a quando fanno densità e a buttano sul piano dell’aggressività, riescono a inibire la costruzione avversaria e pareggiano i conti. Ma la forza della Juve è la pazienza e appena cala l’intensità di chi ha di fronte esce fuori con prepotenza e determina la differenza. La rete dello 0-1 era matura, esattamente come in Supercoppa Mandzukic colpì di testa dopo un errore a tu per tu con Marchetti. Le percentuali di gioco dicono che alla Juve non interessa il possesso palla e neanche stazionare stabilmente nella metà campo altrui. Conta l’efficacia – sono più del doppio i palloni toccati in zona area Lazio rispetto a quanto fatto dagli avversari – e soprattutto il momento temporale nel quale questa si esprime, anche se non va trascurato nel bilancio della prestazione l’abbondante spreco davanti al portiere, errori di mira (superficialità?) che da un bel po’ di tempo non si vedevano più in una squadra che giusto pochi giorni prima a Udine aveva chiuso la partita facendo centro in ogni situazione importante creata.

Infine, la conferma del valore della rosa è emblematicamente riassunta dalle prestazioni di Sturaro e Zaza. Oltre ad una carica agonistica fuori dal comune, tipica di chi sente che anche attraverso questa via può scalare posizioni nella gerarchia, ha colpito la complessità della loro prestazione. Fu Sturaro il primo assist-man a Shanghai andando sul fondo a mettere un pallone al centro per la testa di Mandzukic. A Roma lo si è visto fare tutto, compreso andare al tiro su un’azione in profondità, dimostrando uno spirito di partecipazione che non si può che addebitare alla sua capacità di stare in questo gruppo, di far tesoro degli allenamenti, di sintonizzarsi con il linguaggio di chi è più dotato tecnicamente.

Su Zaza faccio pubblica ammenda: ai tempi del Sassuolo non pensavo potesse crescere così tanto. Per un semplice motivo: ritengo essere uno dei salti più difficili da fare per un bomber riuscire a saldare temperamento in dosi elevate e qualità nelle giocate senza andare fuori giri. La prestazione di Roma rappresenta esattamente questo e se il palo fosse stato gol (ma quanto è stato bravo Lichtsteiner…) oggi si parlerebbe di quell’immagine come della perfetta sintesi della crescita di un attaccante che porterei agli Europei senza remore, al di là di quante presenze riuscirà a collezionare da qui a maggio. Del resto, Allegri lo aveva detto: “Dei nuovi, Zaza è il giocatore più migliorato”, una valutazione fatta a ragion veduta.

CONDIVIDI