Nelle difficoltà della Roma che l’hanno portata ad allontanarsi in maniera definitiva dalla zona scudetto ha certamente un peso notevole il rendimento negativo di Pjanic 

E’ ovviamente sempre una forzatura attribuire a un singolo la responsabilità del calo di una squadra. A maggior ragione se la crisi complessiva ha le sembianze di un cedimento strutturale (che magari però verrà bloccato in tempi brevi e la valutazioni odierne saranno poi corrette). Resta il fatto che nelle difficoltà della Roma che l’hanno portata ad allontanarsi in maniera definitiva dalla zona scudetto e a vedere minacciato il secondo posto, certamente il rendimento negativo di Pjanic ha un peso notevole. Non per altro: nella precedente stagione, chiusa con quegli 85 punti che in altre edizioni di campionato avrebbero garantito il primo posto, era stato proprio il centrocampista bosniaco il garante di una continuità assoluta, smarrita soltanto a giochi fatti. Perciò, nella difficoltà a riproporsi ad alti livelli da parte del giocatore si può leggere uno dei motivi che hanno portato proprio in questi giorni a far pensare e a scrivere di un possibile divorzio, con l’interessamento del Liverpool e del Barcellona verso le prestazioni di un elemento prossimo ai 25 anni, sul quale è logico prevedere che la sua sia stata solo una momentanea flessione e che il rilancio possa avvenire in grande stile.

Del resto, l’ex lionese, era partito benissimo quando a inizio stagione la Roma viaggiava su forti andature. Nel 5-1 sul Cska, con il quale la Champions League era sembrata persino troppo facile, aveva colpito tutti la sua proverbiale facilità nel dirigere il traffico e nel proporsi anche in avanti per l’ultimo passaggio o per rendersi pericoloso nelle conclusioni. La rete da campione, siglata quando ce n’era stato assoluto bisogno a Parma, era valsa tre punti raggiunti in extremis e la conferma che lo spessore tecnico della stella bosniaca era indispensabile per la Roma. Come si era poi visto a Manchester, in quel pareggio che mostrò una squadra in fiducia e straordinariamente efficace, dove si apprezzò ancor più la doppia valenza di Miralem: tatticamente fondamentale per dare equilibrio alla squadra e qualità alla manovra. Tecnicamente protagonista di spunti individuali che lo caratterizzano per gli strappi che riesce a regalare in diverse fasi della gara.

Dopo un periodo di appannamento (difficile del resto non accusare il colpo dell’1-7 con il Bayern, a maggior ragione se si fa parte del reparto di mezzo che ha vissuto una serata di totale inferiorità, Pjanic torna su medie da 7 in pagella a metà del girone d’andata, fino a culminare nella sua prestazione più convincente in Roma-Inter 4-2. Una doppietta in grande stile, con una rete su punizione ai danni di Handanovic di raffinatezza estrema.

Dopo, si è spenta la luce. Al pari dei compagni, il suo gioco si è involuto innanzitutto per lentezza, viaggiando su cadenze decisamente di ritmo e non riuscendo più a proporre quell’intelligente pulizia dei tanti tocchi nel breve che è un suo tratto distintivo. Forse Pjanic soffre in particolare dallo scarso movimento degli attaccanti: intravedendo poche soluzioni di passaggio, finisce per rendere più prevedibile il suo gioco. Ma il tempo per un cambio di direzione c’è. Ed anche nella recente debacle in Coppa Italia, è apparso l’unico che non ha mai perso l’idea di una costruzione di gioco. Il miglior Pjanic può regalare alla Roma un finale ambizioso e poi chissà se la Premier o la Liga ce lo prenderanno.

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