C’era una volta il dibattito: la Coppa dei Campioni è una lotteria? Una volta, forse, sì. Adesso, la Champions League è tutta un’altra cosa. E se vincerà il Bayern anche nel 2014 avverrà una delle più grandi trasformazioni genetiche del calcio contemporaneo: la fine dell’imponderabilità dei turni a eliminazione diretta.

Giusto 30 anni fa, durante una puntata della Domenica Sportiva, il romanista Ciccio Graziani provocò l’ospite in studio: “Vincere la Coppa dei Campioni equivale a 10 scudetti”. La battuta era figlia del sogno del momento: aggiudicarsi il trofeo in una finale designata allo stadio Olimpico. Ancora non si conosceva la finalista, quel Liverpool che avrebbe prevalso ai calci di rigore. Ovvero, per comune definizione di sempre, una “lotteria”.

Giovanni Trapattoni era l’ospite in studio. Si avviava a conquistare il suo quinto scudetto alla guida della Juventus. Perciò oppose al desiderio di Graziani una ferma opposizione, basata sulla sua esperienza (da giocatore con il Milan si era vinto ben due Coppe dei Campioni). E anche sull’opinione di Ernst Happel, l’allenatore dell’Amburgo che lo aveva battuto pochi mesi prima ad Atene, parlando della manifestazione europea come di una “roulette”. E aggiungendo, in pieno Trapattonese: “Sono 9 gare circostanziali”, mentre il campionato richiede ben altro calcolo: “10 mesi di lavoro”.

La scena è gustosa e sa di archeologia. Perché di sorprese, nella Champions League degli ultimi anni, ce ne sono sempre di meno. L’area dell’incertezza si è ristretta enormemente e i valori si definiscono secondo una gerarchia piuttosto consolidata.

Chi entra nel G4 – ovvero nel novero delle semifinaliste  – è il club che esprime una forza tecnica maturata in patria nei rispettivi tornei e spesa in Europa con linee di continuità piuttosto lunghe. Certo, non mancano casi di affermazioni o apparizioni sporadiche, come l’Inter nel 2010 che vince senza entrare nella cerchia ristretta delle Grandi né prima né dopo la finale di Madrid. Ma quel che rende quel circolo oggettivamente esclusivo è che il Barcellona lo occupa da 6 anni consecutivi – anche culturalmente, con l’appeal del suo modello di gioco – e che Real Madrid, Manchester United, Chelsea e Bayern fanno notizia quando ne stanno fuori per qualche motivo (magari un girone affrontato con superficialità che porta a un sorteggio maligno agli ottavi).

Ma la vera novità è che la classifica del merito sta diventando un vero e proprio principio ordinatore. Neanche il più piccolo sovvertimento si è registrato agli ottavi di finale dell’edizione 2013-14, che ha visto le 8 squadre vincenti della prima fase superare il turno. Per di più, quasi tutte lo hanno fatto piuttosto agevolmente, a eccezione del Manchester United che ha dovuto rimontare una sciagurata gara d’andata e del Chelsea che – in ogni caso – all’intervallo del match di ritorno poteva sentirsi decisamente tranquillo contro un Galatasaray rassegnato (chissà, la Juve…).

Morale della favola: il tasso di casualità di una competizione a eliminazione diretta sembrerebbe non superare soglie percentuali minime. I migliori vanno avanti, proprio come succede in un campionato dove il tempo fa maturare gli esatti rapporti di forza.

Per questo sono convinto che il Bayern centrerà la doppietta con una dimostrazione di logica ferrea, anche se la vivremo più poeticamente perché Guardiola è una bella storia declinata anche in tedesco. C’è il Psg: mai vittorioso prima d’ora, mai finalista e in Francia senza avversari proprio come il Bayern nel suo Paese. L’idea che Ibrahimovic sia alla testa di una banda che fa saltare la dittatura non è romantica giusto perché la Parigi del calcio è più vicina al Qatar che a Montmartre, però sarebbe una finale che il Trap vorrebbe vedere (ovviamente tiferebbe Bayern e forse pure io, anche se la mia fede juventina è talmente elevata da sperare sempre che chi ha più coppe di noi non aumenti il numero perché prima o poi o in un’altra vita li andremo a prendere tutti…)

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