Miro Klose come Ronaldo, 15 reti complessive in 4 differenti edizioni del campionato del mondo di calcio.

Per Ronaldo in realtà le edizioni sono state 3, perché a USA ’94, ancora giovanissimo, ha fatto da comparsa a bordocampo. Per il polacco naturalizzato tedesco (nato Kloze, figlio di una famiglia di sportivi professionisti) non è invece ancora finita. Il timbro del 2-2 contro il Ghana apre lo scenario del possibile storico sorpasso, pur centellinato in panchina come è giusto che sia vista la caratura dei compagni e il tipo di calcio ricercato da Loew.

Il punto piuttosto è cosa dire di questi grandi bomber, se messi l’uno a fianco dell’altro. E quel che viene spontaneo è renderli icone, e dunque rappresentanti di due modi diversi di essere grandi realizzatori internazionali, attaccanti senza tempo ma enormemente differenti. Paradossalmente, Ronaldo incarna ancora oggi il concetto di numero nove moderno, se vogliamo anche “da spot”. Finalizzatore ma anche solista, praticamente infallibile sottoporta e con un repertorio tecnico negli ultimi 20 metri che non ha eguali. Klose è invece l’attaccante prototipo che qualsiasi allenatore, di qualunque epoca, avrebbe voluto avere a disposizione: basso profilo, personalità, capacità di agire per la squadra, intelligenza calcistica sopra la media, completo nel repertorio con cui concludere l’azione, colpo di testa incluso. Sempre presente in partita, un falco, come dimostra appunto l’ultima rete mondiale con la difesa del Ghana a chiedere il fuorigioco nonostante fosse uno sviluppo di calcio d’angolo con un difensore schierato sul palo (e lì inchiodato). Klose ne ha approfittato, con un movimento che onestamente né Ronaldo né Van Basten (e neppure Balotelli) hanno mai avuto nel dna.

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