Le diverse letture dei 90 minuti allo Juventus Stadium

Hai voglia a dire con largo anticipo che non è decisiva e che un campionato con ancora 13 tappe non può esaurirsi in 90 minuti. I commenti successivi a Juventus-Napoli assomigliano per lo più a “giudizi di Dio”, come se si dovesse assegnare una coppa in una gara secca. Molto è dovuto, probabilmente, al non essere più abituati a leggere i duelli scudetto, come capitava una volta, visto che a parte il primo campionato vinto da Antonio Conte, i restanti sono stati dualismi molto più accentuati mediaticamente di quanto denunciasse realmente la classifica, nettamente sbilanciata a favore dei bianconeri. Mi spiego così, soprattutto, una polarità di posizioni curiosa, che riguarda gli uni e gli altri e che – a mio avviso – non era la posta in palio presente sabato sera allo Juventus Stadium. Provo a svolgere il tema un po’, convinto come sono che avrà conseguenze nella lettura del futuro (che si annuncia massimamente adrenalinico, tra gare importantissime in campionato e ancora più fondamentali in Europa, dove lì davvero non si può sbagliare).

Parto dalla Juventus. Il vero nodo da capire nello scontro diretto con la capolista era la capacità di essere coerentemente allegriani – passatemi il neologismo – rispetto a una gara totalmente diversa dalle altre 14 vittorie fin lì fatte. Il motivo era molto semplice e si può declinarlo in vari modi: il valore dell’avversario; il distacco di -2 che, in caso di sconfitta, avrebbe determinato la più consistente fuga di questo campionato; la necessità quantomeno di pareggiare il conto con gli scontri diretti, visto che un finale sul filo di lana è tutt’altro che un’ipotesi remota. Aggiungiamo poi la legge dei grandi numeri, per la quale se si incontrano due strisce record (oltre alla bianconera c’era quella azzurra, ferma a 8 successi consecutivi) la tentazione del pareggio – e quindi del rinvio della resa dei conti – poteva anche essere un pensiero inconscio, non così lontano dalla realtà. Dimostrare che una così grande rimonta non finisse per smarrire la lucidità nel momento del possibile (ma non probabile e certo) sorpasso era ciò che andava verificato. Questa è la vera vittoria della Juve, ottenuta grazie a un atteggiamento in gara estremamente attento a rafforzare le sue virtù già sufficientemente consolidate e – adesso – ancor più cementate. Un exploit che dice come Allegri abbia ormai immesso nella mentalità della squadra i suoi concetti: la pazienza nella gestione; la capacità di lettura nei 90 minuti (nella prima mezz’ora il Napoli non ha effettuato una sola conclusione, fosse anche di alleggerimento: lì si è iniziata a smarrire la fiducia nelle proprie indubitabili virtù offensive, improvvisamente diventate sterili dopo che nel match d’andata la loro incidenza era apparsa nettissima); l’attenzione ai dettagli e forse è anche qualcosa di più il fatto che contro Higuain e compagni, al cospetto del più forte attacco d’Italia e tra i più produttivi d’Europa, la linea difensiva della Juve abbia commesso un solo fallo, ad opera di Evra. Infine, le risorse della panchina. Non solo per il gol di Zaza, il cui contributo è stato rilevante anche in precedenza, nel far capire ai compagni che lui avrebbe potuto inventare qualcosa di decisivo in qualsiasi momento e – comunque – avrebbe funzionato da scarica elettrica. Questo è il punto determinante: com’era già successo in altri incontri allo Juventus Stadium, in particolare con la Fiorentina, i padroni di casa hanno creduto realmente che la spallata si sarebbe potuto determinarla in qualsiasi momento della fase finale. Poco prima della rete di Zaza, infatti, Pogba ha travolto la resistenza azzurra per una cavalcata di 60 metri, conclusa con un tiro debole. Ma era un segnale che da una parte c’erano potenzialità e riserve anche energetiche che invece il Napoli non possedeva, né individualmente, né tantomeno collettivamente. E sentire Sarri a fine partita – come altri commentatori – ritenere che il cambio Dybala-Alex Sandro fosse una mossa conservativa significa applicare un pregiudizio per il quale una punta stanchissima è più offensivo di un esterno dal passo veloce, che peraltro è alla base di non pochi gol siglati nell’ultimo pezzo di gara. Leggere il tutto con i moduli, il 4-5-1 e via discorrendo, è davvero riduttivo (o se volete, ideologico). Così come non capire che un 4-4-2 con Khedira in campo rappresenta una sicurezza in più, almeno sul piano di partenza, rispetto a un 3-5-2 ridisegnato con interpreti non abituali.

E veniamo al Napoli. Trovo strana la dialettica tra allenatore e tutto il resto dell’ambiente, a partire dai giocatori. Non penso che sia un gioco delle parti, anche se non si può escluderlo del tutto. Ma è bizzarro che la guida tecnica – e che guida, visti i risultati! – continui a ritenere che il Napoli non sia attrezzato allo scudetto, laddove giustamente gli altri si affannino ad affermare la relatività di una sconfitta nei minuti conclusivi e – di conseguenza – la possibilità di rovesciare ulteriormente la gerarchia al vertice. Torno alla posta in palio citata in precedenza e aggiungo un paradosso: quand’anche il Napoli fosse uscito da Torino ridimensionato pesantemente – come avvenne negli anni precedenti – non sarebbe minimamente cambiato nulla, la classifica sarebbe stata sempre modificabile, il titolo avrebbe continuato a essere una questione più che aperta. Perché in una corsa a tappe non si può considerare la prova della verità un solo momento, per quanto determini un’altra maglia rosa. Che il Napoli sia più che competitivo e possa aspirare fino in fondo al terzo tricolore della sua storia lo ha dimostrato la non occasionalità della sua leadership: dalla conquista del titolo d’inverno – una specie di certificato di qualità – a come ha gestito l’inizio del ritorno, mantenendo il primato con una serie di prestazioni sicure e convincenti. Perché mai questo patrimonio avrebbe dovuto essere disperso in soli 90 minuti? Tutta la storia della Serie A dice che si possono vincere i campionati anche perdendo singole battaglie. Ecco perché mi stupisce questa continua evocazione a concetti che richiamano dimensioni altre che non siano la “normalità” di un testa a testa che ha ormai materiale a sufficienza per durare fino alla fine.
Semmai, adesso c’è una verifica del tutto nuova da fare, un terreno inedito: la Juve capolista per la prima volta e a 4 giorni dal Bayern. E poi, la risposta del Napoli 72 ore dopo, un tempo che può anche diventare infinito qualora si dovesse poi accorciare la classifica da un +4 sui campioni d’Italia in carica.

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