La Juve di Allegri è questa: pregi e difetti del 2-0 sul Siviglia

Era dal lontano 2006 che mancava in casa bianconera una doppia affermazione nelle prime due giornate di Champions League. In mezzo ci sono passsate un bel po’ di Juventus, compresa quella di Antonio Conte che fece molto bene nella sua prima partecipazione europea, nonchè quella di Allegri che pure l’anno scorso è arrivata fino a un passo dal sogno. I 3 punti guadagnati col Siviglia, pertanto, assumono un significato tutt’altro che banale, descrivono una squadra che ha acquisito una certa sicurezza in ambito europeo, indubbiamente superiore tanto alle previsioni quanto alle enormi difficoltà maturate nella prima parte della stagione.

Ma c’è qualcosa di più, anche dell’ipoteca del primo posto nel girone (è il successivo importante passaggio, ma non va trascurato un Borussia Moenchengladbach in ripresa). L’importanza dell’affermazione sugli spagnoli (alquanto stinti per la verità) va anche oltre all’idea che l’Europa possa curare i mali italiani. Quel che si è visto mercoledì sera allo Juventus Stadium è probabilmente la manifestazione più compiuta del gioco che vuole il suo allenatore. Una vittoria di Allegri, pertanto, della sua insistenza su certi concetti e anche della sua capacità di plasmare la squadra senza ortodossie sui moduli. Tanto è vero che è significativo come oggi, nella rassegna stampa, si forniscano letture della Juventus messa in campo che vanno dal 3-5-2 al 4-3-3 e finanche al 4-4-2. Per la serie che – una volta tanto – dire che i numeri contano relativamente è vero, laddove ci sono invece altre formazioni dove la registrazione tattica di partenza (e statica) rivela quasi tutto sulle potenzialità tecniche a disposizione.

Ci sono state un bel po’ di cose nel 2-0 della Juventus. A partire dalla principale: il senso di sicurezza. Per un gruppo che dovrebbe avere perso per strada qualche certezza in seguito a risultati negativi maturati in modi tutti diversi, arrivare fino a quasi il novantesimo con un solo gol di vantaggio poteva anche insinuare una minima forma d’ansia. E invece no: la Juve non ha avvertito alcun sentore di beffa, continuando a praticare un gioco che nella ripresa ha messo in mostra un possesso palla perfettamente definito, esplicitato con un senso di superiorità lungo tutto il campo. La Juve ha lasciato al Siviglia un solo timidissimo tiro in 93 minuti. Nessun’altra gara di Champions League ha questo dato incredibile, frutto di una concentrazione altissima (e neanche un calcio d’angolo, giusto per evitare che spuntasse un altro Blanchard a vanificare quanto raccolto). Oltre all’attenzione, la Juve è cresciuta perchè non ha mai smesso di cercare un livello tecnico degno delle richieste del suo allenatore. Si sono viste accelerazioni e rallentamenti, iniziative individuali e tentativi di soluzioni d’insieme che se non possono essere definiti schemi a memoria, sono comunque soluzioni che mettono in risalto buone possibilità d’intesa.

Molto ha fatto Khedira, ovviamente. Insisto sull’avverbio. La sottovalutazione del peso del tedesco mi sembra uno degli abbagli della critica. Stiamo parlando di un giocatore che alla stregua di Pirlo – senza esserlo naturalmente – può avere la funzione di aiuto per tutti. A parte i gol, è lui ad avere un peso nelle due altre grandi opportunità maturate nella gara: la sponda per il tiro a giro di Dybala. Il velo che sul lancio di Bonucci mette l’ex palermitano in condizione di battere a rete. Gesti semplici, da campione che sa guidare i più giovani, offre soluzioni ed è capace anche a gestire le proprie energie, tanto è vero che non lo si è mai visto in affanno nonostante la lunga assenza.

In omaggio però a un’idea di miglioramento (e la Juve ha margini doverosi in tal senso), indico due difetti che vanno ancora corretti, soprattutto perchè mi sono sembrati significativi in quanto espressi ancora sullo 0-0. Il primo è una certa pigrizia in alcune ripartenze. In alcuni casi la squadra non ha saputo accompagnare l’azione e si è visto il portatore palla un po’ isolato. La Juve deve imparare a procedere più compatta, anche perchè quando lo fa sembra davvero straordinaria anche per come recupera palla velocemente con l’organizzazione prima ancora che con il furore. Il secondo aspetto è la necessità di coinvolgere maggiormente le punte nello sviluppo della manovra. Non pensare, cioè, che possano o debbano dedicare meno sforzi al movimento per la tentazione di affidare ai dribbling di Cuadrado o di Pogba l’ottenimento della superiorità numerica. Un dettaglio che potrebbe fare la fortuna futura perchè la “follia” di Morata e Dybala (ma ci aggiungerei anche Zaza) se trova una qualche forma di combinazione può scatenare imprevedibilità pura.

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