Come valutare le due sconfitte in campionato dei bianconeri di Allegri

Le rivoluzioni hanno il potere di accendere gli animi. Non solo nella storia, ma anche nel calcio. E nel vortice della passione, si spieghano i giudizi immediati. Che rispondono tutti a una sola domanda, quella che si sente urgente e fondamentale: ma ne valeva la pena? Non è che adesso abbiamo perso tutto?

Leggendo certi commenti dopo le due sconfitte della Juventus in campionato non si può che pensare a questo: nonostante gli osservatori esterni dovrebbero iniettare un po’ di freddezza nelle loro valutazioni, coltivando quantomeno l’arte del dubbio, i bianconeri sono già dati per finiti. La caduta degli Dei o poco meno. Normale, dopo quattro anni di dominio e dopo passi falsi che non si erano mai verificati prima, lo shock dell’ambiente può essere giustificato. Anche per il modo con il quale si è perso a Roma, offrendo una sensazione di timore rara a vedersi negli ultimi anni (rara, per l’appunto: la Juve giocò a Firenze con Conte una gara non meno coraggiosa nel suo secondo anno. Ma lo 0-0 finale, sebbene accompagnato dalla totale inesistenza di occasioni prodotte, fu materia per circoscrivere il momento negativo e non sollevare problemi). Però, non ricordare che le cose possono cambiare e che le stagioni sono tutt’altro che decise il 30 agosto sarebbe un principio di osservazione da seguire. Anche per non fare brutte figure successive (che nessuno ammette mai). Plasticamente, la coincidenza delle date offre un luogo topico sul quale si può esercitare la memoria: il 30 agosto di cinque anni fa. Roma-Juventus 1-3, Diego e Felipe Melo mai così brillanti (e perciò acquisti considerati più che giusti), giallorossi talmente in crisi da provocare il rovesciamento della panchina. Risultato finale: Juventus settima, incapace di uscire da una crisi che la porterà anche a una briciante eliminazione in Champions League ad opera del Bayern. Roma al posto d’onore, a un soffio da uno scudetto che in quel caldo pomeriggio estivo non avrebbe immaginato nessuno.

Sia ben chiaro, la pillola degli zero punti in classifica non va indorata, è amara quanto basta per fare alzare la soglia dell’allarme in ordine a due aspetti: la capacità di restare calmi (a partire dal trappolone Juventus-Chievo, vittoria obbligata contro la squadra più funzionante di questo inizio di campionato nella sua capacità d’accendersi d’improvviso). La necessità di affrontare in tempi rapidi una crescita dell’autostima e di principi di gioco più saldamente radicati per il primo vero test realmente significativo, l’esordio in Champions League contro il Manchester City, il meglio che in c’è in questo momento nel contesto europeo. Ed è certo anche che l’Udinese prima e la Roma poi abbiano normalizzato la Juve perchè si è dimostrata in misura diversa attaccabile. Nell’esordio in casa il gol ospite è apparso un fulmine a ciel sereno e ha generato grande confusione. All’Olimpico è arrivato su una prodezza di Pjanic ed ha spazzato via la convinzione di poter resistere all’onda d’urto generata dagli avversari, una consapevolezza che è stata alla base di molte fasi decisive della Juventus di Allegri (soprattutto nel cammino europeo, non di rado ha sbandato e ne è uscita straordinariamente fortificata all’interno della stessa partita).

E tutto questo cosa c’entra con il mercato? Se non nulla, abbastanza poco, sebbene non lo scriva nessuno e tutti pensino esattamente il contrario. Com’è possibile giudicare una rivoluzione in due gare? Perchè di rivoluzione si tratta, anagrafica e numerica (10 acquisti, tutti potenzialmente titolari o meglio, nessuno preso per essere una pedina di puro complemento, neanche Lemina ha questo profilo parziale). E se si aggiunge la terza partita, che cronologicamente è la prima, ovvero la finale di Supercoppa Italiana, allora si deve stabilire che la prestazione di Pogba da numero 10 (tradotto: da giocatore di grande personalità) coniugata agli exploit sotto porta di Mandzukic e Dybala rendono la campagna acquisti 2015-16 già straordinariamente promossa?

La questione è esattamente ciò che non si valuta mai. La chiamerei la cultura della prevenzione. Che significa lavorare per tempo affinchè eventuali problemi (infortuni o rendimento deficitario di alcune pedine chiave) non si traducano in paralisi definitiva dei meccanismi della squadra. Non di trequartista ideale o reale vive una squadra, bensì di aggiustamenti progressivi che bisogna saper mettere in atto. Se gli ultimi dieci giorni di agosto e i due ko sono serviti alla Juventus per capire l’indispensabilità di Marchisio e come farvi fronte, magari con cambi di modulo radicali o con interpretazioni diverse, allora i giochi saranno tutt’altro che chiusi e tanti giudizi estivi li ricorderemo come scritte sulle sabbia, scivolate via alla prima mareggiata.

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