La Juve strappa 6 punti su 6 al Manchester City e si qualifica agli ottavi di Champions League. Ecco cosa c’è dentro la vittoria bianconera

C’è chi ha visto nel bel successo della Juventus sul Manchester City e nell’andamento estremamente aperto e vivace della gara il frutto della mancanza di tensione. In fondo, era prevedibile che un Borussia che nell’ultimo mese viaggia in Bundesliga al ritmo del Bayern avesse ragione di un Siviglia che non sembra più quello delle ultime due edizioni vincenti di Europa League. Allo stadio la sensazione che si è avuta sin dai primi minuti è che ci fosse voglia di misurarsi su ogni pallone, esattamente com’era successo all’andata. Anche per mettere a paragone il proprio livello tecnico, tutt’altro che banale da una parte e dall’altra. Ed in questo – anche se i valori di mercato direbbero il contrario – la Juve si è dimostrata assolutamente all’altezza dell’avversario, meritando la vittoria proprio per come ha accettato lo scontro a viso aperto. Che non significa vincere sul piano del possesso palla o della supremazia territoriale, voci nelle quali hanno prevalso gli inglesi. Il “coraggio” della Juve è stato nel rispondere colpo su colpo con un elevatissimo indice d’efficacia e di rapidità nell’esecuzione. Tanto è vero che – ad eccezione del tiro di Mandzukic sul quale Hart ha compiuto un grandissimo intervento per evitare il 2-0 al ventottesimo minuto – tutte le altre opportunità per le due squadre si sono avute in una sequenza dai tempi ristrettissimi. Per la serie: in Europa – e per fortuna! – non c’è metabolizzazione lenta degli episodi. Se dai un pugno, devi aspettarti la reazione immediata. Se lo ricevi, non puoi evitare di dimostrarti subito all’altezza dell’avversario. Si spiegano così le tre fasi determinanti dell’incontro: la rete di Mandzukic (una deviazione al volo non dissimile da quella dell’1-1 all’Etihad Stadium) dopo l’occasione per Fernandinho solo davanti a Buffon. I due pali colpiti a inizio ripresa. Il finale con Morata, Sterling e Cuadrado colpevoli di mancato successo per egoismo, imprecisione o precipitazione in azioni che sembravano preludere al gol.

Questa capacità di stare dentro la partita a tutti livelli – fisico, dinamico, psicologico, tattico – è l’ennesimo segnale di quanto sia produttivo il percorso europeo della Juventus. Sarebbe impensabile non soffrire in incontri di questo tenore. Ma la gestione Allegri ha portato una consapevolezza dei propri mezzi e la voglia di guardare in faccia i propri limiti senza paura, con dimostrazioni che dal Borussia Dortmund in poi sono state via più convincenti e che stanno dentro anche la finale di Berlino, quando i marziani del Barcellona si sono spaventati per il quarto d’ora dei bianconeri sull’1-1. Da terrestri orgogliosi, cocciuti e in grado di sviluppare trame di gioco tutt’altro che banali, anche se non trovano una formula che ne faccia la fortuna mediatica (solo così, con un concetto forte, si può culturalmente opporsi alla filosofia del tiki-taka. Ma ho il sospetto che ci voglia una vittoria-consacrazione internazionale perchè la si trovi). Quel che è certo è che la Juve di Allegri non è né la “banda di sbandati” della Roma di Garcia ogni volta che affronta avversari o troppo forti o troppo sottovalutati (vedi Bate Borisov) e non è neanche quella Juve di Conte che venne fermata dal Bayern nel momento di maggiore esplosività e che così bella, concreta e intensa non la si è più vista (nonostante siano i 102 punti in Italia dell’anno successivo ad avere colpito di più e anche giustamente, visto l’apporto fondamentale di uno come Carlitos Tevez che catturava gli occhi)

So benissimo l’opzione. E il campionato? Com’è possibile essere primi in Europa e sesti in Italia? Non è una questione che si può liquidare sezionando il tempo, accantonando le difficoltà della prima parte e guardando al trend positivo dell’ultimo periodo. E’ vero, la Juve arriva da tre vittorie consecutive e guardando alle ultime 5 giornate – inserendoci quindi la sconfitta con il Sassuolo – sarebbe giusto 1 punto sotto Inter e Napoli, in un terzo posto che non pochi osservatori neutrali e finanche tifosi bianconeri considerano il massimo delle aspirazioni possibili, vedendo il divario di 9 lunghezze dalla capolista e considerando quante squadre occorra sorpassare per rivedere orizzonti tricolori. Anch’io penso che realisticamente sarà molto difficile compiere fino in fondo una rimonta che pure è già in atto. Soprattutto perchè potrebbe anche succedere che una delle formazioni davanti trovi un passo regolare che la porti a un tentativo di fuga (finora ci sono stati allunghi, nessuno ha realmente dato la sensazione di poter fare il vuoto).

Ma capovolgo lo spunto iniziale del ragionamento per pensare che la Juventus possa avere grandi margini di crescita. Pure in Europa, perchè sono convinto che la concentrazione, l’organizzazione difensiva e il mostruoso Buffon degli ultimi anni siano patrimoni che ben pochi possiedono. Perciò chiedo e mi chiedo: quante altre squadre, in così evidente difficoltà nel proprio torneo di riferimento, sarebbero riuscite a estrarre così tanto in Champions League? Guardate il caso del Chelsea che viaggia a 12 punti dal terzo posto in Inghilterra e che sarà costretto all’ultima giornata del suo girone a un dentro-fuori con il Porto. La forza della Juventus di strappare 6 punti su 6 al Manchester City non è un dato episodico. E’ un punto fermo che consente di guardare con ottimismo al futuro. E nella gara di ieri, oltre al risultato positivo, ha evidenziato un elemento imprescindibile.

Lo definisco la versatilità tattica, una virtù che invece molti considerano il difetto principale del modus operandi di Allegri (forse perchè sta diventando un tormentone non riuscire ad azzeccare la formazione…). Il 3-5-2 ha funzionato benissimo. Ha confermato che la coppia Dybala-Mandzukic sa pungere, come già si era visto con il Milan (e magari proprio per quel che si era visto nella ripresa è stata confermata). Ha messo in mostra le due grandi virtù di questo sistema di gioco, alla faccia di chi per anni – ai tempi di Conte – lo ha ritenuto il responsabile dei mancati successi perchè “poco europeo”: l’impostazione da dietro della BBC (chi è su questi livelli di pulizia? Il City certamente no). L’apporto insieme offensivo e difensivo di Lichtsteiner e Alex Sandro (protagonisti decisivi in entrambe le fasi) e, aggiungo, nonostante gli infortuni che limitano le scelte, il valore della rosa. Come ha testimoniato la prestazione di Sturaro che ha ovviato all’assenza di Khedira o l’ingresso in campo di Morata, un’iniezione d’effervescenza che poteva produrre di più ma che è comunque tanta roba.

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