Le differenze tra Serie A e Champions League dei bianconeri

Quest’anno si sta vivendo un paradosso tra i più impensabili in casa Juve. Generalmente un po’ per tutti si assiste a una differenza tra incontri di campionato e di coppa, con i primi che registrano in tempi abbastanza rapidi i rapporti di forza, ben difficili da mutare e i secondi che presentano narrazioni dai molteplici sviluppi. In altri termini, il più delle volte nelle precedenti stagioni si ricavava l’impressione che – soprattutto allo Juventus Stadium – gli avversari sapessero prima ancora di scendere in campo il loro destino. Finanche in gare poi buttate via dai bianconeri (penso agli 1-1 con Inter e Sampdoria del primo anno di Allegri), si ricavava una netta impressione di superiorità dei padroni di casa, tanto che ad un certo punto del primo tempo sembrava che si giocasse a una sola porta e l’avversario di turno, stremato e alle corde, aspettasse solo il colpo del ko (che pure tardava a venire e, in quei casi, non arrivava proprio). Al contempo, in Europa era tutto un altro film. Il valore degli episodi aveva realmente un che di romanzesco che faceva pensare a esiti possibili di segno totalmente opposto. Del resto è proprio questo il fascino degli scontri di Champions: sull’1-2 con l’Olympiacos in casa ti ritrovi sull’orlo del baratro, in 2 minuti passi in vantaggio e maturi l’idea che nulla a quel punto è realmente impossibile. Mi sono sempre chiesto se questa convinzione, tra l’ebbrezza e la ragione, ce la siamo trasportata in quel noto quarto d’ora dove abbiamo tutti pensato che si potesse scrivere un altro verdetto nella finale con il Barcellona. Ammetto che il pensiero mi deve essere venuto accostando il rigore dato a Morata in Juventus-Bologna e quello non dato a Pogba a Berlino. Non per fare moviola a posteriori o nel presente, ma per chiedermi la portata diversa delle singole sliding doors dei due scenari.

Mi ricongiungo al paradosso che stiamo vivendo in questo bizzarro 2015-16. La Juve va a Manchester e nonostante un episodio negativo come il gol di Kompany palesemente irregolare, non dà mai l’impressione di perdersi del tutto. Certo, ci vuole un grande Buffon per non capitolare, ma la sensazione prevalente non è quella di un portiere para-tutto, bensì quella di una squadra dotata di una sicurezza talmente elevata da farla uscire fuori sotto forma di incisività nel merito degli episodi. Che si traducono in due gol splendidi e in una condotta di gara da squadra che si sente superiore o quantomeno pienamente consapevole dei propri mezzi, quelli che le hanno consentito di esplorare territori e superare limiti che il City immagina ancora come un’utopia da sognare. La Juve non si fa chiudere dalle circostanze, non accusa minimamente il peso delle contingenze, sembra vivere in un’altra dimensione. Un quadro troppo aureo, ottimistico, romantico, partigiano? Niente affatto. La riprova è la successiva gara con il Siviglia. Dove sono i bianconeri ad avere tutto da perdere, pensando a come non poche volte l’esordio in casa in Champions League sia stato tutt’altro che agevole e il periodo sia di quelli che più delicati non si può, reduci come si è da una sconfitta patita a Napoli del tutto meritata. Ed invece ne esce fuori una gara che sembra uno di quei classici incontri tra una grande compiutamente strutturata e una provinciale condannata in partenza. La Juve vince 2-0, lascia agli avversari un solo tiro in porta (e non è un modo di dire), non accusa la minima ansia per il vantaggio che arriva solo a fine primo tempo o per il risultato che rimane sul filo fino a che Zaza entra e chiude definitivamente i conti. Una condotta da big assoluta: inutile cercare riferimenti nel breve periodo, bisogna scavare nel passato quando la Juve era ciò che oggi vorrebbe diventare, una frequentatrice abituale dei vertici europei.

Invece, Juventus-Bologna conferma che quest’anno in campionato non basta lo scudetto cucito sulle maglie per garantirsi domeniche rilassanti (unica eccezione lo 0-2 di Genova). E gli episodi sembrano proporsi come un maligno e abile scrittore saprebbe disporre per mettere alla prova l’eroe di turno. Bastano i primi 5 minuti per capire che certi eventi contengono un significato di “condanna”. Al primo minuto, infatti, Evra va a chiudere in diagonale perfetta su taglio di Mounier e siamo tutti lì già a magnificare questo “3-5-2 mutante”, secondo vulgata corrente, che sa repentinamente diventare 4-3-3 in fase di non possesso (non è una grossa novità, per la verità, ma la stanno vendendo così i principali esegeti e conviene accodarsi). Subito dopo, Morata parte, è imprendibile, ma invece di rimettere al centro un pallone che Cuadrado non farebbe fatica ad appoggiare in rete, si intestardisce in una conclusione da posizione improbabile. Un peccato di “superbia”, da scontare immediatamente: il Bologna ripropone la stessa azione dell’inizio, Evra pensa al fuorigioco, Chiellini alla diagonale del compagno e nasce l’ennesimo svantaggio da vivere in casa (il terzo su quattro incontri: dalle nostre parti è quasi un record).

Morale della favola: la Juve vince 3-1 perché capisce la lezione. Si affida all’esperienza di Khedira per riprendere il filo, a ricordare che certi giocatori servono principalmente nei momenti di difficoltà. E se Morata perde in egoismo, come ha dimostrato nel gol del 3-1, potrebbe aggiungere al suo repertorio una funzione della quale tutti trarranno enorme beneficio. Il futuro ci dirà se il campionato continuerà a proporre un viaggio sull’ottovolante o se non ci sarà più bisogno di queste emozioni per sentirsi grandi quale si è realmente.

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