Il pareggio a reti inviolate con il Borussia Moenchengladbach lascia la Juventus in testa alla classifica del girone ma produce almeno tre conseguenze che sarebbero state importantissime per dare un segnale di svolta più o meno definitivo

1. L’incompiutezza

La prima conseguenza sarebbe stata lo scrollarsi di dosso quell’impressione d’incompiutezza che aleggia in casa, anche quando la superiorità nel gioco è schiacciante e l’avversario lo si vede più volte alle corde. Non c’è stata gara nella quale non è emersa l’incapacità di assestare il colpo da ko. La sensazione è che la Juve faccia troppa fatica per esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Si produce una netta sproporzione tra la quantità delle energie impiegate, soprattutto mentali, per aprire le difese avversarie e i risultati prodotti. A ben guardare, anche contro il Siviglia, dove pure il dominio era stato netto, la rete della sicurezza era arrivata solo sul finale. Pogba e compagni stazionano stabilmente nella zona centrale del campo, propongono un’infinità di azioni ma non riuscire a tradurre in gol comporta nervosismo, stati d’ansia, ricerca di soluzioni personali, assist precipitosi e conclusioni affrettate dalla lunga distanza. Ieri sera è giusto riconoscere anche il mancato superamento di un livello inferiore, sono mancate occasioni realmente pulite. Allegri ha denunciato gli errori sulle scelte o le modalità della rifinitura, il cosiddetto ultimo passaggio. Valgano su tutte le due situazioni, una per tempo, che una squadra più tranquilla (evidentemente senza alle spalle la sfilza di risultati negativi in campionato) avrebbe saputo gestire decisamente meglio: la ripartenza originata da un grande spunto di Barzagli, con il pallone arrivato a Morata, che al limite dell’area si è inventato una conclusione difficile invece di vedere alla sua sinistra il più libero Pogba. E poi, a parti invertite, l’incertezza del francese che ha servito lo spagnolo troppo tardi e dopo un errore piuttosto grossolano nel primo assist. Potevano essere due azioni in grado di presentare un giocatore lanciato verso la porta in tutta libertà: quasi un miracolo, tenendo conto dell’attenzione complessiva che i tedeschi hanno messo nella loro fase difensiva (a parte il mancato rosso a Dominguez, in vena di totale autolesionismo).

2. Primi del girone

La seconda conseguenza l’ha bene espressa l’allenatore a fine partita, non cercando di minimizzare il significato del pareggio. Certo, rispetto all’anno scorso la Juventus si presenta al giro di boa della Champions League in ben altra situazione: è prima e non terza, ha 7 punti invece di 3 e ha offerto dimostrazioni di presenza all’interno delle partite decisamente rassicuranti. La Juve ha messo in mostra una tenuta difensiva quasi inimitabile anche dal lotto dei top team, con Buffon inoperoso in entrambi gli incontri disputati allo Juventus Stadium e una BBC che non si capisce per quale strana ragione venga sottovalutata dalla critica locale e internazionale (sono molti in giro i difensori come Barzagli in grado di accendere il pubblico con i suoi interventi implacabili?). Però, alla vigilia il mister aveva proposto una lettura della terza gara in calendario come un appuntamento decisivo per ipotecare la qualificazione. E in tal senso, soprattutto nel primo tempo, sebbene nella parte centrale la Juve sia andata al tiro 7 volte in 15 minuti, non si è vista la giusta intensità di una “finale”. Personalmente ho avuto l’impressione che la squadra abbia cercato più l’ordine che la cattiveria agonistica e che la manovra sempre iniziata da dietro, con un Marchisio schermato e cresciuto solo nella ripresa, abbia prodotto una prevedibilità accentuata da un’interpretazione troppo scolastica del 4-4-2. In tal senso, sebbene una parte del pubblico non lo abbia apprezzato (esprimendolo anche rumorosamente, una scelta assurda), il giocatore che più si è dato da fare con generosa personalità è stato Paul Pogba. 10 i suoi tentativi verso la porta: avrà anche perso qualche pallone di troppo, ma non si può negare la sua impronta sulla gara, anche in termini di recupero palla e d’intesa con Alex Sandro sulla catena di sinistra. La qualificazione è più che abbordabile. Anzi, una vittoria in trasferta di Juventus e Manchester City nel prossimo turno chiuderebbe il discorso già con 2 giornate d’anticipo. Ma 3 punti ieri avrebbero permesso di raggiungere quasi sicuramente ben di più: la certezza del primo posto. Un dettaglio di non poco conto per il futuro. Anche perché questa è la Champions League del grande equilibrio.

3. Nuovi stimoli

Arriviamo alla terza verità della serata di ieri. Negli 8 gironi, solo lo Zenit chiude l’andata a punteggio pieno. La scorsa edizione si trovavano nella parte dei dominatori le due big spagnole – Real Madrid e Barcellona – e il Borussia Dortmund, che in Europa trovava stimoli e risultati che mancavano invece in Bundesliga. Per la Juventus sarebbe stato molto più che un simbolo disegnare una linea di continuità con la fase finale della scorsa stagione. Avrebbe rappresentato un’iniezione di fiducia per la difficile operazione di rimonta in patria e un attestato di forza inedita in una competizione che negli ultimi anni l’ha sempre vista faticare nella prima parte. Nulla di grave, certo, a patto che già in Germania tra due settimane si scenda in campo con l’autorevolezza del caso, che certificherebbe qualcosa di molto più grande di un semplice passaggio del girone. Essere capaci a fare la voce grossa su campi non facili in giro per il continente significherebbe infatti che lo stato del processo di cambiamento in atto è a buon punto e che, finalmente, il dibattito sulle grandi assenze di Pirlo, Tevez o Vidal diventerebbe un ricordo. La nuova Juve inizierebbe ad avere basi di grande solidità e si potrebbe anche coltivare l’idea di un ruolo di assoluto protagonismo in Champions League. Perché vincere un girone di ferro non è una banalità o un atto dovuto e ho la sensazione che il gruppo storico saprebbe risultare trascinante, vivendo le fasi finali come l’occasione di una carriera.

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