Cosa lascia in eredità il 2-2 con il Bayern

Il significato più importante di Juventus-Bayern, per quanto riguarda la squadra bianconera (ed anche per il suo mondo di riferimento) è che per la terza volta in due anni di gestione Allegri si è avventurata oltre le colonne d’Ercole dei limiti che il calcio italiano ha nei confronti delle eccellenze europee. E in tutte le occasioni, ad un passo dal baratro ha saputo trovare risorse inaspettate, il cuore che si deve necessariamente avere nei momenti di massima difficoltà e la lucida razionalità nell’accompagnare lo scatto d’orgoglio con la qualità di gioco in grado di scoprire i limiti avversari. L’intervallo di Madrid, quello di Berlino e lo scoccare dell’ora di gioco allo Juventus Stadium ieri avevano come punti in comune non solo la durezza del punteggio sfavorevole, ma anche la sensazione di un’inferiorità su diversi livelli, a partire da quello di una soggezione che pesava troppo e inibiva una reazione coraggiosa. Ed invece, si è assistito a una risposta che ha determinato l’accesso alla finale al Bernabeu, il quarto d’ora più terrificante mai provato dal Barcellona in una sua finale di Champions League e un pareggio dallo 0-2 con il Bayern proprio quando i suoi tifosi, non senza motivo, salutavano con gli olè il possesso alto della propria squadra, magari con la speranza di banchettare ulteriormente per la restante mezzora che si doveva ancora giocare.

Il 2-2 riapre prospettive di qualificazione, a maggior ragione se la Juve potrà proporre all’Allianz Arena le sue certezze tattiche. Non si vive di solo modulo, a maggior ragione quando si affrontano marziani che interpretano il Guardiolismo come il calcio totale del nuovo millennio, con un 3-2-5 continuamente proposto, un Vidal nella parte dell’uomo più basso ma anche in grado di alzarsi in pressione, un Lahm che intelligentemente entra dentro il campo ogni volta che ce n’è bisogno, un Muller che ha cattiveria delle prime punte di una volta e la capacità di dialogo nello stretto che sembra immune anche dalla frustrazione dei non pochi momenti dove la manovra non passa dai suoi piedi. In tale quadro, credo che abbia ragione il futuro mister del Manchester City nell’ipotizzare una Juventus che in Germania si proporrà con il 3-5-2, ricorrendo alla copertura che più riesce a combinare ripartenze, aggressività e fraseggio corto.

Ci sono numeri proposti dalla gara di Torino che sarà bene mandare a memoria. “Abbiamo capito tante cose stasera”, ha rivelato Sturaro a fine gara, ed è proprio questa capacità di lettura la forza della Juventus di Allegri, che ha una capacità di lettura produttiva di variazioni nel corso della gara. Uno spirito di resilienza che è diventato patrimonio collettivo, laddove una volta era Andrea Pirlo a incarnarlo. E che sempre di più trova nelle sostituzioni il reagente per far scattare un’altra chimica all’interno del gruppo, come testimoniano le buonissime prestazioni del centrocampista ligure, di un Hernanes brillante (ha preso ben 5 falli in 45 minuti) e di Morata, decisivo nell’assist del 2-2 e – come sempre in Europa – adattissimo a certi scenari (me lo aspetto titolare a Monaco, se così stanno le cose). I numeri da ricordare bene non riguardano tanto il possesso palla, che non ha sorpreso Allegri perchè in fondo è tradizione del Bayern di Guardiola attestarsi su dimensioni altissime. Quel che più conta – e che ha regalato un’impressione di dominio degli ospiti e di eccessiva timidezza dei padroni di casa – è la supremazia territoriale esercitata nel primo tempo: 88% a 12%. La Juve ha più che raddoppiato nella ripresa la quantità di palloni giocati nella metà campo avversaria: tenendo conto di altre goleade di Robben e compagni (Roma, Shakhtar, Porto per citare quelle dell’anno scorso) costituisce davvero un capovolgimento dell’inerzia che suona a grande merito dei bianconeri. Se ciò è accaduto – e le statistiche lo conferemano – e se ha prodotto la rimonta e persino qualche fondata speranza di ribaltamento del risultato – è perchè la Juve non ha mai smesso di praticare ciò che sa: variazione dei ritmi, ricorso alla costruzione da dietro, ricerca di Cuadrado per allungare il campo e di Pogba come uomo in grado di sfuggire alla pressione e determinare rovesciamenti di fronte. Tutto questo è stato ancor più rafforzato dalla forte crescita nel recupero palla, che non significa solo aggressività, ma una tenuta dell’organizzazione nel momento in cui l’ansia (per lo 0-2) e l’adrenalina (seguita all’1-2) poteva determinare un ulteriore squilibrio e conseguenti sbandamenti in fase difensiva.

Come sempre, noi italiani possediamo una concretezza che rappresenta un capitale di credibilità del quale Guardiola è assolutamente conscio. Su questo la Juve può costruire ipotesi di passaggio del turno, che altrimenti difficilmente sarebbero plausili. Ed ecco, pertanto, il numero più significativo (lo è quasi sempre). Tanta superiorità espressa ovunque e in 5/6 della scala temporale non hanno prodotto per il Bayern più occasioni e i 22 palloni giocati in più in area o a ridosso hanno fatto volume ma non hanno determinato una reale differenza. E non per compiacimento narcisista, che può essere il vizio del Barcellona. No, qui i meriti della Juve ci sono tutti, ha saputo misurarsi con la propria oggettiva inferiorità offensiva e ha estratto quant’è bastato per un pareggio che vale moltissimo. Soprattutto se verrà letto come un punto di partenza affinché a Monaco si proponga qualche variazione in un copione che molti pensano già scritto in termini di andamento della gara, sulla falsariga di quella dello Juventus Stadium. Chissà cosa ci dirà fra tre settimane Allegri, visto che ha avuto ragione alla vigilia a pensare a una partita con molti gol.

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