Ci sono punti in comune con la Champions League 1996?

Ci sono punti in comune tra la Juventus che sconfisse l’Ajax nel 1996, regalando l’ultima Champions League al popolo bianconero e quella di oggi che va a Berlino a sfidare la squadra che alcuni ritengono la più forte di tutti i tempi? Prima di rispondere a questa domanda, occorre dire che se in casa Juve – intesa come ambiente – si guarda così tanto al passato è perché il peso di esso non è indifferente. 5 finali perdute sono oggettivamente troppe, anche se non manca la buona compagnia, com’è il caso del Bayern, certo più abituato ad alzare il trofeo, ma non immune da piccole e grandi tragedie sportive, con le sconfitte nel 1982, 1987, 1999 (la più dolorosa di tutte, quella con il Manchester United), 2010 e 2012. Perciò è normale guardarsi indietro, un po’ per ricorrere a vie scaramantiche, molto per capire se si può riproporre una via virtuosa percorsa con successo.

Anche in quel 1996 la Juve si presentava come sfavorita. Ma non è certo il caso di accostare quei giorni ai nostri. Gli olandesi erano forti, stavano bene, avevano sconfitto nella finale dell’anno precedente il Milan dimostrando anche di saper centrare l’obiettivo senza necessariamente dovendo giocare bene (traducendo: i rossoneri si sentivano privati dalla Coppa più per demeriti propri che per forza e valore altrui). Van Gaal aveva il carisma del santone, dell’uomo che faceva la differenza dalla panchina con idee e personalità. Non c’era però neanche il sospetto che il suo undici annoverasse una buona quantità di giocatori più forti del mondo nel proprio ruolo, così come oggi è lecito sospettare del Barcellona di Messi e compagnia. E lo stesso turno che aveva permesso di staccare il biglietto per Roma aveva visto i biancorossi eliminare il Panathinaikos, non certo accostabile alle virtù dell’odierno Bayern di Guardiola.

Per la Juve, invece, a parti invertite il cammino del 2015 non è lontano da quello del 1996. Eliminato il Real Madrid oggi come allora e un club francese (Nantes e Monaco), la vera differenza (e non è poco) stava nel girone. Perché quell’edizione fu contrassegnata da 4 vittorie consecutive che lanciarono nell’orbita continentale il talento e la decisività di Alessandro Del Piero (che poi fu molto meno brillante in finale, quando ormai aveva tutti gli occhi addosso). La Juve di Allegri ha faticato non poco ad accedere agli ottavi. Arrivata ai turni a eliminazione diretta il suo Pinturicchio è stato Alvaro Morata, una spina nel fianco in ogni partita, oltre che l’uomo che ha regalato la finale con il tiro del Bernabeu.

A unire il passato e il presente, comunque e al di là di ogni facile suggestione, non sarà il modulo: il 4-3-3 lo fa Luis Enrique, all’epoca era il credo consolidato di Marcello Lippi. Piuttosto, andrà considerata la gestione della gara con l’Ajax, questa sì maestra di vita. Per il gol di Ravanelli, estratto da una giocata sporca. Per come la Juve sopportò l’altrettanto poco lineare pareggio di Litmanen, con qualche responsabilità di Peruzzi. Per come seppe non perdersi nei nervi quando fallì un po’ troppe occasioni davanti al portiere, tradita dal suo trascinatore Vialli (può succedere ed a lui era già capitato proprio in una finale, a Wembley, guarda caso contro il Barcellona). E per come un po’ tutti, anche coloro che proprio non avrebbero mai pensato di diventare gli eroi della serata, riuscirono a rimanere tranquilli ai rigori. Un po’ di quello spirito di Ferrara, Pessotto, Padovano e Jugovic ci vorrà, non necessariamente andrà speso dagli 11 metri, qualsiasi situazione può risultare decisiva.

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