Italia-Inghilterra, per una volta, non è anche una sfida tra allenatori. Almeno sulla carta. Non ci sono Lippi e Capello, o gente comunque di quel livello.

D’altronde staremmo parlando di due scuole calcistiche ben distinte, anche nette, o almeno questo valeva fino a una decina di anni fa (neppure Sir Alex Ferguson, per quanto moderno, non ha ribaltato così fatalmente i canoni del football anglosassone nelle diverse grandi epoche del suo Manchester United). Poi gradualmente la globalizzazione, anche mediatica, dello sport numero uno al mondo ha livellato le distanze, soprattutto ha ibridato, al punto da proporre poi nel nuovo millennio un solo modo di giocare totalmente sui generis, cioè quello spagnolo, che paradossalmente ha concesso alle Furie Rosse di comandare per oltre un lustro in Europa e nel mondo. Chiaro che a contribuire a tutto questo ci sono le generazioni di calciatori, le concomitanze, le qualità quindi individuali. Ma a vincere, quando vince una scuola, prima di tutto è il pensiero.

Tornando a Italia-Inghilterra, questa volta tocca a Cesare Prandelli contro Roy Hodgson, figlio di Trapattoni, presto “sacchizzato” anche lui, il primo è stato tra i primi in Italia a proporre squadre con un buon calcio di velocità che includessero un solo attaccante naturale. Già a Lecce e Verona, per dire. Quindi italiano fino a un certo punto. Hodgson invece è il più inglese degli inglesi già a vederlo, e non è mai stato chiaro perché il mondo british abbia sempre avuto un forte debole per lui dopo l’ottima esperienza alla guida della Svizzera (nazione emergente nella quale portava tutto sommato un calcio nuovo, finalmente distinto dal vecchio modello tedesco impostato prevalentemente sulla forza). Eppure Hodgson ha infatuato molti, poi è decaduto, poi è tornato e si è preso la nazionale inglese. Ma i suoi canoni sono quelli del 4-4-2 “corto”, rischioso dietro eppure mai troppo sbilanciato davanti. Un calcio paradossale per gli inglesi, abituati a mettere cross a ripetizione e portare flotte di uomini in area per creare mischie. Ci aveva già provato Capello a dettare la parola d’ordine “equilibrio”, ma non funzionò Oltremanica. Quindi british fino a un certo punto pure Hodgson, che chiede alla difesa di giocare anche quando non sa giocare.

Due nazionali quindi che poggiano sui senatori, Pirlo-Buffon-De Rossi vs Lampard-Gerrard-Rooney, con tanti prospetti interessanti alle spalle ma tutti ancora da consacrare. Risultato: se non la vincono i senatori, se non saranno loro a far la differenza in questo percorso brasiliano, allora deve toccare ai commissari tecnici. Non con il gioco, però. Non aspettiamoci cose che non ci sono. La differenza si farà con le scelte. Con il coraggio. Con le gerarchie che potrebbero saltare per aria. E con le difese. Detto questo, per l’Italia in gara uno è fondamentale non perdere (ma vale per entrambe) visto il temibile Uruguay nel girone a meno che Tabarez e i suoi campioni di Sudamerica non toppino contro l’incognita Costarica. Se gli Azzurri usciranno con punti, saranno guai per tutti. Sempre a patto che ci si ricordi che il pareggio vale un punto e che con tre pareggi nell’epoca dei 3 punti non è più possibile un sogno (realizzato) come quello di Bearzot nel Mundial ’82.

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