Il top 2015 Samir Handanovic

Quando un portiere è indubitabilmente il migliore della sua squadra può essere anche una situazione non piacevole, soprattutto se il nome del club poteva far sperare ragionevolmente in un torneo di vertice. Fatta la doverosa premessa e rimarcato che non è mancata qualche incertezza, come la punizione di Eder che lo ha bucato a Genova e il tiro di Morata che lo ha colto in una postura goffa, Handanovic è stato all’altezza della sua fama, al contrario dell’Inter che non è riuscita a entrare nelle posizioni di vertice. Ecco perché, al di là delle tentazioni europee dello sloveno, la società fa bene a prolungare il contratto perché le certezze capisci che esistono proprio negli anni neri e non avrebbe senso cambiare un portiere di così grande rendimento. Dividiamo l’anno di Samir in tre, non cronologicamente ma sotto il profilo concettuale. Ci sono state le partite nelle quali le sue prodezze hanno permesso di accumulare punti inutili ai fini della classifica finale, ma decisivi per non rendere la situazione della squadra più incendiaria di quanto già fosse. A Cesena o con la Sampdoria su Okaka e Gabbiadini. A Verona con il Chievo (pagella: “7.5: quattro respinte da Manuale della Paratona”) o a Torino con la Juventus, dove per segnargli i bianconeri hanno dovuto sorprenderlo con una manovra perfetta, che ha consentito a Tevez di battere a rete a porta vuota. A Empoli dove ha fatto gli straordinari o a Napoli dove si è mostrato impassibile con Higuain, che ha cercato di uccellarlo con un pallonetto e ne è stato stoppato come faceva Bud Spencer in certi suoi film. Per chiudere ancora su Klose nella più bella Inter della stagione, un intervento da antologia del ruolo. Poi c’è l’Handanovic che non basta, quello che non può che arrendersi agli strafalcioni dei compagni, quello che finisce innocente mentre tutti sono sul banco degli imputati.

Infine c’è il portiere para-rigori, lo specialista per il quale ormai fa notizia quando l’esecutore segna, il grande sovvertitore della normale dialettica dagli undici metri. E attenzione, parate con il risultato in bilico, come quella su Larrondo a salvaguardia dello 0-0 all’Olimpico di Torino o quella miracolosa su Konoplyanka che ha impedito al Dnipro di passare sullo 0-2 a San Siro. L’anti Toni, visto che lo ha ipnotizzato due volte, all’andata e al ritorno, col risultato di essere lui il primo responsabile della vittoria ex aequo proprio col veronese del suo compagno Icardi, l’unica vera soddisfazione dell’annata interista.

Il flop 2015 Juan Jesus

La domanda è radicale: si può ancora credere in Juan Jesus? Lo si deve ancora aspettare, visti gli anni tremebondi che lo stanno caratterizzando? Si può dare fiducia a un giocatore che appena convocato col Brasile festeggia con una prestazione sconcertante a Firenze, con l’Inter travolta da 3 gol? Si può cancellare l’immagine di lui totalmente fuori posizione sull’acuto segnante di Menez nel derby d’andata? Può crescere in fase d’impostazione, lui che al Dnipro regala un un gol in una gara dove è necessario partire col piede giusto? Si può dimenticare l’ingenuità della gomitata Chiellini che poteva costare carissimo, o l’ammonizione a Napoli dopo appena 23 secondi o la sofferenza patita con Varela (e qui magari lo assolviamo: è capitato anche agli azzurri di Ginevra)? Il problema non è la risposta. E’ fare il modo che tutti questi interrogativi la smettano di circolare negli umori di San Siro perché non si può giocare sereni se ti accompagnano sempre i fischi e raramente vieni aiutato. Il ragazzo il carattere ce l’ha, bisogna vedere se basta.

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